Perdonanza Celestiniana: card. Petrocchi (L’Aquila), “l’arte del perdono non va scambiata per ‘buonismo’”

“Perdonare non è dimenticare, ma ricordare in modo evangelico, cioè con la sapienza e la generosità che vengono da Dio. E ogni atto di perdono richiede un esigente superamento di sé: non c’è misericordia a basso costo. Una misericordia superficiale e indebitamente anestetizzata diventa caricatura e non immagine vera del perdono di Dio. La misericordia non può essere svenduta: poiché, per essere autentica, deve portare impresso il segno della croce. Ogni perdono, infatti, nasce dalla partecipazione alla Pasqua di Gesù e ne mostra i contrassegni: cioè, l’amore-che-sa soffrire e, proprio per questo, l’amore-risorto che genera unità”. Lo ha detto, stasera, il card. Giuseppe Petrocchi, arcivescovo di L’Aquila, nell’omelia della Messa di chiusura della Perdonanza, nella basilica di Santa Maria di Collemaggio.
“L’arte del perdono è una virtù alta, che ha radici teologali (nella fede, nella carità e nella speranza), perciò non va scambiata per ‘buonismo’, che ne rappresenta una forma alterata e svilita”, ha osservato il porporato, che ha precisato: “È in questo orizzonte va inserito il tema della indulgenza”. “Il rapporto che lega ciascuno di noi a Dio e agli altri – ha spiegato – è paragonabile ad una tela comunionale, tessuta con i fili della carità. Il peccato rappresenta una lacerazione fatta su questo ‘tessuto relazionale’ sacro. La confessione consente, con la remissione della colpa, di ricucire e reintegrare la sdrucitura inferta dal male compiuto: resta però il fatto che l’atto compiuto, in sé cattivo, merita un castigo, che va espiato attraverso una pena. Se il pentimento che ha accompagnato la nostra confessione non è pieno, rimane un residuo di pena, da scontare o quaggiù, nel corso della vita terrena, o, dopo la morte, in purgatorio”.

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