Sant’Antonio di Padova: p. Svanera (rettore), “ci insegna che l’altro è il fratello”

“Sant’Antonio ci insegna che l’altro è il fratello”. Lo afferma fra Oliviero Svanera, rettore della Basilica di S. Antonio nel messaggio diffuso alla vigilia della festa del patrono di Padova, che si celebra domani. “Il giugno antoniano – scrive – si è ispirato quest’anno all’anniversario di due incontri significativi. Quello nel 1219 di frate Francesco con il sultano d’Egitto a Damietta e, nello stesso anno, quello del monaco agostiniano Fernando con i frati minori a Coimbra. Per entrambi c’è stata un’avventurosa scoperta dell’altro, che non è mai del tutto uguale a me, ma mi sorprende per la sua diversità e apre squarci di vita nuova e inattesa”. Per Antonio di Padova l’altro è il musulmano. “Incontra i musulmani del Marocco verso cui si reca seguendo le orme dei primi martiri francescani – sottolinea padre Svanera –. Ed egli ha chiaro il mandato di san Francesco consegnato ai frati che vanno fra gli infedeli, e cioè che ci si deve relazionare in due modi: un modo è di mostrarsi umili e non fare liti o dispute; l’altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio”. L’altro è anche l’eretico, con cui il Santo di Padova entra in dialogo. “Dialogare per Antonio è un compito e una disciplina – afferma – evitare la trappola mortale di voler imporre all’interlocutore le proprie convinzioni, ma cercare di continuo tra me e l’altro uno spazio condiviso e un via al bene comune”. L’altro è anche il povero, il misero, l’indigente, il carcerato, il sofferente, l’affamato, il debitore insolvente. “L’altro è il pellegrino, il migrante e lo straniero – aggiunge fr. Svanera –. S. Antonio stesso è pellegrino e ‘foresto’. L’arrivo in Italia, sulle coste siciliane, non corrisponde ai suoi piani e ai suoi progetti, ma alla Provvidenza di Dio. Ma ciò che agli occhi degli uomini pare una perdita, agli occhi di Dio è una grazia, un soffio di vita nuova. Che cosa sarebbe sant’Antonio senza Padova e la città di Padova senza questo ‘foresto’?”. L’altro può essere hostes (nemico) o hospes (ospite). “Tra i due termini c’è solo una piccola consonante a fare la differenza. Ma questa consonante segna lo spartiacque di uno stile per cui l’incontro con l’altro può essere segnato da paura, diffidenza o indifferenza o, piuttosto, dalla consapevolezza che siamo tutti fratelli – conclude Svanera –, prossimi responsabili l’un dell’altro, perché figli di un unico Padre, l’Altro”.

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