Seminaristi: card. Betori (Firenze), “l’evangelizzatore non parte mai a priori con uno schema ma si inserisce nella situazione”

Al Convegno missionario nazionale dei seminaristi, in corso presso il Seminario arcivescovile maggiore di Firenze da ieri a domenica, questa mattina il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, ha sviscerato il tema del protagonismo dello Spirito Santo nella missione, a partire dagli Atti degli Apostoli. Davanti ai 180 partecipanti all’evento organizzato dalla Fondazione Missio, il cardinale ha tenuto un’approfondita lezione su come lo Spirito santo sia protagonista della storia della salvezza, ma la sua azione si esplichi in forme e modi diversi a seconda dei tempi. Dal tempo dei profeti, a quello di Gesù, dalla costituzione della Chiesa, all’origine dei ministeri dell’annuncio, l’azione dello Spirito è centrale. Concentrandosi su come la Parola di Dio si è diffusa nel mondo ad opera degli apostoli, il card. Betori ha sottolineato come “senza lo Spirito non ci può essere missione”. Non solo: “L’intervento dello Spirito indica la destinazione del cammino dell’annuncio. Ritroviamo lo Spirito come guida dell’annuncio e degli annunciatori dagli inizi della grande opera missionaria di Paolo”. Sì, perché il cammino della Parola non è affidato al caso, né è una libera iniziativa degli evangelizzatori: “Non si sceglie, cioè, il proprio pubblico. Esso – ha precisato il cardinale – risponde ad un progetto geografico teologico che è di Dio stesso e che è stato annunciato da Cristo Risorto. Lo Spirito è colui che assicura con i suoi interventi la fedeltà degli uomini a questo progetto”.

Lo Spirito è colui che ci fa capire che Gesù è il salvatore: “Gli apostoli dicono che Gesù è morto e risorto per esperienza e lo trasmettono come testimonianza, ma lo Spirito ne spiega il pieno significato salvifico”. È questo l’annuncio che i missionari non devono mai dimenticare di diffondere, tenendo a mente che “la parrēsía, dono dello spirito, copre l’intera attività dell’annuncio e non soltanto la resistenza di fronte alle prove. Non sono le situazioni specifiche di persecuzione che richiedono parrēsía, ma tutto l’annuncio si realizza con questo carattere di franchezza, di libertà a ogni legame e limitazione sia esteriore che, soprattutto, interiore”, ha concluso l’arcivescovo di Firenze. Infine, nel dialogo con i seminaristi che è seguito alla sua relazione, il cardinale ha messo in guardia dal parlare ad interlocutori diversi allo stesso modo, “pur dovendo dire lo stesso contenuto, cioè dovendo annunciare la risurrezione di Cristo e il suo valore salvifico per l’intera umanità”. Il modo con cui si parla va sempre misurato sulla diversità dell’interlocutore. In altre parole, “l’evangelizzatore non parte mai a priori con uno schema suo, ma si inserisce nella situazione e vi risponde. Per questo è importante capire le domande, a volte far emergere anche quelle inespresse, sempre più nel mondo di oggi, e far incarnare la Parola di Dio nelle diverse situazioni”. Ma attenzione: “Non si può annunciare a prescindere dalla scrittura: essa non è facoltativa, perché è lì che abbiamo la certezza della Parola”.

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