Agroalimentare: Ismea, 2018 da record per il vino italiano. +31% nella produzione, incognita Brexit sull’export

A conti fatti il 2018 del vino si è concluso più che bene. A sancire il risultato è oggi l’Ismea che in una nota ha comunicato i numeri “ufficiali” dell’annata vitivinicola appena passata. “Con 55 milioni di ettolitri di vino nel 2018 (+31% su base annua), di cui quasi 20 milioni indirizzati verso i mercati esteri – spiega l’Ismea –, l’Italia conferma il suo ruolo di leader mondiale nella produzione di vino e consolida la sua posizione di esportatore. Con un valore record dell’export di 6,2 miliardi, il nostro Paese mantiene il secondo gradino del podio dei maggiori fornitori mondiali, alle spalle della Francia”.
A consolidare la posizione del Paese nei mercati mondiali del vino sono state soprattutto le esportazioni che nell’ultimo decennio sono cresciute notevolmente (+70% l’incremento in valore dal 2008), e che si sono consolidate anche nell’anno appena trascorso (+3,3% l’export in valore). “A trainare le esportazioni del settore, lo scorso anno – dice ancora Ismea –, sono stati i vini Dop con un aumento del 13% in volume e del 12% in valore, a fronte di una battuta d’arresto degli Igp (-23% le quantità e -15% il giro d’affari), e di volumi inferiori per i vini comuni (-22%)”.
Ma la situazione non è totalmente negativa nemmeno sul mercato interno. “I vini e soprattutto gli spumanti – dice infatti la nota –, fanno registrare un andamento positivo essendo stati tra i pochi prodotti che hanno mostrato, nel 2018, un deciso segno più negli acquisti delle famiglie: +5,4% la spesa degli spumanti e +4,6% i vini fermi”.
Rimane tuttavia sul settore l’ombra delle incognite della Brexit. “In un mercato importantissimo specie per le cantine del Nord Est – evidenzia Ismea –, con 336 milioni di euro e una quota del 47% del mercato, prosecco e spumante tricolore hanno scalzato nel Regno Unito lo champagne francese, posizionandosi al primo posto tra le bollicine acquistate oltre Manica. Sui vini fermi l’Italia è, invece, al secondo posto tra i principali Paesi fornitori, ma in questo caso il divario tra la sua quota di mercato e quella detenuta dai produttori extra europei, come Nuova Zelanda, Cile e Australia, è meno netto e potrebbe alimentare un effetto sostituzione”.

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