Diritti umani: Onu, “finanziarizzazione alloggi contrasta con norme internazionali. Casa non è merce. Tutelare inquilini deboli”

Gli esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno condannato le pratiche commerciali “eclatanti” dei giganteschi fondi di private equity e di investimento che stanno raccogliendo case a basso reddito in tutto il mondo, aggiornandole e aumentando considerevolmente gli affitti anche del 30 o addirittura del 50%, costringendo gli inquilini a lasciarle. Leilani Farha, rapporteur speciale Onu sul diritto a un alloggio adeguato, e Surya Deva, presidente del gruppo di lavoro per le imprese e i diritti umani, hanno scritto a uno dei maggiori investitori mondiali nel settore immobiliare residenziale, il Blackstone Group LP, esprimendo preoccupazione per il fatto che le sue azioni sono contrarie al diritto internazionale in materia di  diritto all’abitazione. “Multinazionali private equity e asset management come Blackstone sono diventate i maggiori proprietari al mondo, acquistando migliaia e migliaia di unità in Nord America, Europa, Asia e America Latina”, hanno affermato gli esperti. “Hanno cambiato il panorama abitativo globale. Versando quantità senza precedenti di capitale nelle abitazioni, hanno trasformato le case in strumenti finanziari e investimenti”. “Il loro modello di business, di cui Blackstone è il capofila, sta diventando lo standard del settore” e “i proprietari sono diventati società anonime che hanno devastato il diritto alla sicurezza degli inquilini e contribuito alla crisi globale degli alloggi”. Il relatore speciale e il gruppo di lavoro hanno inviato lettere a Repubblica ceca, Danimarca, Irlanda, Spagna, Svezia e Stati Uniti d’America, osservando che ciascuno di essi ha agevolato la finanziarizzazione delle abitazioni nei loro paesi attraverso leggi fiscali preferenziali e deboli misure di protezione per gli inquilini. “L’oro è una merce, l’alloggio non lo è, è un diritto umano”, affermano Farha e Deva mettendo in guardia Stati, società di private equity e di gestione patrimoniale. Per ora gli Stati identificati sono sei ma ce ne sono altri. “Siamo pronti a impegnarci in un dialogo con tutti gli Stati e gli investitori finanziari interessati su come affrontare questo problema”, concludono gli esperti Onu.

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