Robot e intelligenza artificiale: Agius (Ege), “teologia entri in dialogo”. No a “empatia artificiale”, a nuove povertà e a “robotical divide”

“La fede non è un’entità disincarnata e la riflessione teologica non può rimanere indifferente di fronte al progresso e all’impatto dell’intelligenza artificiale (AI) e della robotica sull’uomo e sulla società, ma deve entrare in dialogo con la scienza e la tecnologia”. A sostenerlo in un’intervista al Sir è Emmanuel Agius, decano della Facoltà di teologia dell’Università di Malta e membro membro dell’European Group on Ethics in Science and New Technologies (Ege – organo consultivo indipendente del presidente della Commissione europea). Queste nuove tecnologie, spiega, possono al tempo stesso essere alleate o nemiche dell’uomo. Ne esaltano la dignità quando “aiutano a ridurre o a eliminare mansioni pericolose, ripetitive, umilianti, e quando contribuiscono a rendere il lavoro più efficiente e umano” o “quando controllano gli spazi pubblici per garantire sicurezza e incolumità alla gente, o quando vengono usati militarmente a scopo di difesa”, mentre “la maggiore efficienza legata a robotizzazione, automazione e digitalizzazione porta a sostituire un considerevole numero di lavoratori con macchine intelligenti, e queste persone non trovano facilmente un altro impiego in una società estremamente complessa come la nostra”. E  i “care bot” sono utili perché possono sostituire i caregiver in compiti faticosi e possono fornire aiuto meccanico nella cura di anziani o disabili, ma, avverte Agius, “una macchina non può sostituire gli aspetti umani della cura dei pazienti” ed è inammissibile parlare di “cura artificiale” o “empatia artificiale”. “Occorre evitare di creare nuove povertà approfondendo il divario già esistente tra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati” per non “aggiungere al digital divide anche un robotical divide”, l’ulteriore monito dell’esperto.

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