51° Sant’Egidio: card. De Donatis (vicario Roma), “ricucire il tessuto lacerato della società, soprattutto in periferia”

“In questa Chiesa di Roma continuate a essere segno di unità, un segno di comunione con tutti coloro che, come voi, sentono la passione per il Vangelo. Non perdete occasione di lavorare in comunione con la diocesi. Accogliete ogni opportunità per essere strumento di pace e fraternità nella nostra Roma in trasformazione, assetata di verità e di solidarietà. Fate risplendere la bandiera dell’amicizia e della pace”. Così il vicario del Papa per la diocesi di Roma, il card. Angelo De Donatis, nell’omelia della messa celebrata stasera nella basilica di San Giovanni in Laterano per i 51 anni della Comunità di Sant’Egidio, cui hanno partecipato anche rappresentanti delle Chiese cristiane e delle altre religioni. Un’esperienza quella della Comunità “nata in preghiera” e che “tuttora si nutre della lode del Signore oltre che delle iniziative di misericordia anche in regioni lontanissime”. Dal porporato il compito di “chinarci sull’uomo ferito che incontriamo nelle periferie della nostra città”. “Sentiamo la necessità di continuare a ricucire il tessuto lacerato della società, soprattutto in periferia dove la comunità di Sant’Egidio lavora per creare reti di amicizia e solidarietà”. Nell’omelia l’arcivescovo si è soffermato sulla “forza del servizio rivolto a tutti, ma soprattutto ai più poveri”, che “sta nell’amicizia, nel proporre percorsi di fraternità sentendosi piccoli e servi”. “Quell’uomo ferito lo incontriamo nelle periferie del mondo, dove non arrivano comunicazioni di benessere e solidarietà ma sopravvivono logiche di sfruttamento e sopraffazione – ha aggiunto De Donatis -. E proprio in quei Paesi oppressi da miseria e guerra civile la Comunità di Sant’Egidio si offre come ponte di dialogo e solidarietà per assicurare la dignità a ogni creatura umana. L’uomo ferito lo incontriamo anche nelle acque del Mediterraneo, ultimo approdo dei disperati in fuga da guerra, violenze di ogni tipo, schiavitù, oppressione, miseria crescente”. Quindi, il riferimento del cardinale ai corridori umanitari, “esperienza condivisa con altre comunità cristiane”. “Non si tratta solamene di accorgersi di loro, di soccorrerli semplicemente in maniera doverosa, ma di credere come si possono aprire strade e ponti che uniscono, come si possano creare incontri e amicizia”.

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