Fine vita: documento vescovi svizzeri per gli operatori pastorali, “lasciare fisicamente la stanza del paziente al momento stesso dell’atto suicida”

L’operatore pastorale deve lasciare fisicamente la stanza del paziente al momento stesso dell’atto suicida. Questa l’indicazione dei vescovi svizzeri contenuta in un Documento diffuso oggi alla stampa dedicato al “Comportamento pastorale di fronte alla pratica del suicidio assistito”. I vescovi sono scesi in campo perché ormai da molti anni in Svizzera la pratica del suicidio assistito sta conoscendo uno sviluppo che ha condotto ad un aumento significativo del numero dei suicidi. Pratica – osservano i vescovi – considerata da un numero crescente di cittadini come una “soluzione accettabile di fronte alla sofferenza e alla morte”. Il Documento svizzero esordisce nell’affermare che il suicidio assistito “è radicalmente contrario al messaggio evangelico” e la sua pratica “è un attentato grave alla protezione della vita della persona umana che deve essere protetta dal su concepimento fino alla sua morte naturale”. Succede però sempre più spesso che, anche indipendentemente dal desiderio di ricevere un sacramento, i pazienti che contemplano il suicidio assistito, richiedono un accompagnamento umano e spirituale e desiderano la presenza di un operatore pastorale o di una persona impegnata nella Chiesa. A volte la richiesta arriva al punto di desiderare un prete che possa accompagnare il paziente fino agli ultimi istanti, fino al momento cioè in cui il paziente ingerisce il prodotto letale. Come rispondere a tali richieste? “L’orientamento generale – si legge nel documento -, con tutto il discernimento richiesto, richiederebbe di accompagnare le persone che hanno deciso di suicidarsi, il più lontano possibile” ma poi l’operatore pastorale ha il dovere di lasciare fisicamente la stanza al momento in cui viene somministrato il farmaco letale. Tre sono le motivazioni che i vescovi danno per spiegare che questo comportamento non significa “abbandonare la persona”: uscendo dalla stanza, la Chiesa testimonia di essere sempre in favore della vita mentre- e questa è la seconda osservazione – la presenza di un operatore pastorale al capezzale di una persona che deliberatamente commette un atto suicida, potrebbe essere interpretata come una “assistenza o cooperazione” da parte della Chiesa. Per la terza motivazione, i vescovi invitano a riflettere sull’impatto psicologico che l’assistere “impotenti” ad un suicidio può avere sulle persone che circondano il paziente. Chi ha fatto questa esperienza, racconta quanto sia rimasta traumatizzata per mesi, anche anni.

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