Migranti: Forensic Oceanography, “le 93 persone salvate dal mercantile Nivin respinte illegalmente e riportate in Libia”

Il caso dei 93 migranti salvati il 7 novembre 2018 dal mercantile Nivin e riportati in Libia su ordine del Comando generale della Capitaneria di porto (Mrcc) dimostra “il ruolo dell’Italia nei respingimenti verso la Libia con conseguenti abusi sui migranti”: è l’atto d’accusa formulato in un report redatto da Charles Heller di Forensic Oceanography, ramo della Forensic architecture agency che fa capo alla Goldsmiths University of London, diffuso oggi nella Giornata internazionale per i diritti dei migranti. La Global legal action network ha presentato una denuncia contro l’Italia al Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite, per conto di uno dei migranti riportati indietro: “Si tratta della prima volta – si legge nel rapporto – che si affronta il fenomeno dei ‘respingimenti privatizzati’, in base al quale gli Stati costieri dell’Unione europea impegnano le navi commerciali a restituire rifugiati e altre persone bisognose di protezione in luoghi non sicuri, in violazione dei loro obblighi in materia di diritti umani”. Un “modello di pratica” che l’Italia e l’Europa avrebbero applicato 13 volte nell’ultimo anno, in concomitanza con la politica italiana dei porti chiusi. Secondo il report alcune delle persone riportate in Libia sono state poi rintracciate nei centri di detenzione libici da Medici senza frontiere, che ne ha raccolto le testimonianze. Incrociando diverse prove, tra cui le risposte alle richieste di informazione date da Eunavformed e dalla Guardia costiera libica, è stata ricostruita quella che viene definita “una pratica ricorrente di respingimenti, una nuova modalità di soccorso delegata ai privati” che verrebbe attuata quando le motovedette della guardia costiera libica, come avvenne nel caso del 7 novembre 2018, sono impegnate in altri interventi. “Impegnandosi in questa pratica – denuncia il rapporto – l’Italia usa violenza extraterritoriale per contenere i movimenti dei migranti, e viola l’obbligo di non respingimento”. “Il caso – conclude il rapporto – apre nuovi orizzonti perché richiama l’attenzione sui modi in cui le navi mercantili sono state coinvolte nella violenza alle frontiere. I marittimi sono sempre più costretti ad assumersi la responsabilità dei migranti e a fare delle scelte rischiose per conto proprio, scelte che possono portarli ad agire illegalmente e provocare morti, per non parlare dei costi dell’imposizione del controllo alle frontiere”.

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