Diocesi: mons. Piemontese (Terni), “il venerabile Tinarelli ci insegna la condivisione e la compassione delle sofferenze dell’umanità”

“La testimonianza del venerabile Giunio Tinarelli va proposta non per ricercare o esaltare la sofferenza, ma per indicare la via salvifica del dolore attraverso la condivisione-compassione dei bisogni e sofferenze dell’umanità”. Lo ha sottolineato ieri nella cattedrale di Terni il vescovo diocesano, mons. Giuseppe Piemontese, durante la messa in occasione dei 50 anni dalla traslazione della salma di Tinarelli e a 10 anni dalla dichiarazione di venerabilità. “La commemorazione di Giunio – ha ricordato il vescovo di Terni-Narni-Amelia –, già operaio nelle acciaierie e disabile, oggi ci spinge ad allargare l’attenzione all’Italia, al mondo del lavoro e alla nostra Terni, che attraversano un momento delicato e difficile: l’incerta situazione politica, la crisi delle acciaierie di Taranto e non sappiamo di altri stabilimenti, Terni compresa, le proposte di leggi sul fine vita, sul suicidio assistito, l’attenzione al mondo della malattia, della disabilità e della vecchiaia sono tutti temi che possono trovare nella testimonianza di Giunio motivi di speranza, linee di soluzione e di intercessione presso Dio”. Mons. Piemontese ha ricordato lo stile di vita evangelico che ha improntato l’esistenza di Tinarelli. “È vissuto con uno stile di vita e ad un livello, che è difficile da raggiungere, va oltre la comprensione umana – ha detto – si rappresenta ai piani alti della fede, della mistica, della contemplazione e dell’amore, riservato agli eletti del Signore. Mi è venuto spontaneo associarlo a San Francesco d’Assisi, che soprattutto nella seconda parte della vita, aveva ormai il corpo tutto piagato, afflitto dalla cecità incombente, e infine con le piaghe delle stimmate aveva raggiunto la conformazione a Cristo crocifisso”. Di fronte alla sofferenza grave oggi c’è chi invoca la morte. Tinarelli non ha esaltato la sofferenza, ha semplicemente scelto la vita nella fede in Cristo, consapevole che “senza la contemplazione e la vicinanza di Cristo non riusciremo a liberarci dalla gabbia e dalla dura prigionia del dolore e la nostra vita non avrà senso”.

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