Università: Crui, negli atenei italiani tra i professori associati le donne sono solo il 37%, il 23% tra quelli ordinari

Nelle università italiane, tra i professori associati le donne sono solo il 37%, percentuale che cala se si va a vedere tra i professori ordinari: in questo caso le donne sono solo il 23%. E solo il 7% dei rettori è una donna. Ciò a fronte del fatto che studentesse, laureate e dottoresse di ricerca sono più numerose, nei rispettivi raggruppamenti accademici, dei colleghi uomini. Di fatto, posizionando l’allargamento della forbice di genere proprio all’inizio della carriera universitaria. Per accompagnare le università verso un riassetto sostanziale degli equilibri di genere, la Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) ha presentato oggi a Roma, nella sala “Aldo Moro” del Miur, le “Linee guida per il bilancio di genere negli atenei italiani”. Si tratta di un documento che ha una doppia valenza. Da un lato, fotografa la distribuzione di genere all’interno dell’università, così come la presenza di donne e uomini negli organi di gestione. Dall’altro, monitora tanto le azioni dell’ateneo a favore dell’uguaglianza di genere quanto le sue politiche più generali (compresi gli impegni economico-finanziari), valutandone l’impatto su donne e uomini. “Nonostante gli sforzi fatti finora sugli equilibri di genere, anche l’università ha ancora molta strada da fare sul tema – ha detto Aurelia Sole, delegata Crui per le tematiche di genere e rettrice dell’Università della Basilicata –. Ciò che accade è che al progredire della carriera universitaria, il numero di donne diminuisce e l’università perde importanti risorse, in termini di competenze e capacità. Ciò si traduce in una perdita per la società nel suo complesso: da una parte viene disperso l’investimento in formazione delle donne che abbandonano la carriera universitaria, dall’altro non viene raccolto il capitale umano finale che quei percorsi di carriera avrebbero prodotto. In quest’ottica il bilancio di genere diventa uno strumento essenziale non solo per l’uguaglianza fra i sessi e per una gestione etica dell’università, ma anche per ottimizzare l’utilizzo delle risorse pubbliche”.

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