Suicidio assistito: don Angelelli (Cei), “rischio di insinuare morte come atto di altruismo per non essere un peso”. “Eventuale legge preveda obiezione di coscienza”

“Il comunicato esprime l’orientamento chiaro della Consulta. Occorre attendere il dispositivo della sentenza al quale seguirà un percorso parlamentare. Pur non essendo d’accordo con l’impostazione della Corte, esistono spazi di manovra per tentare di normare questo momento in maniera congrua. Tuttavia c’è il rischio che per molti l’orientamento della Consulta equivalga a dire: ‘l’opzione morte è la più semplice e la migliore possibile’”. Lo dice in un’intervista al Sir don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, riflettendo sul comunicato diffuso nei giorni scorsi dalla Corte costituzionale a seguito dell’udienza pubblica in materia di suicidio assistito. “Al di là dei meccanismi giuridici e legislativi – avverte – c’è la percezione della gente: insinuare l’idea di poter essere un costo e un peso per la propria famiglia e per la società è un’induzione di fatto a ritenere la morte la soluzione migliore. Una logica agghiacciante, frutto della cultura dello scarto, secondo la quale, paradossalmente, scegliere di morire finisce per essere percepito come un atto di altruismo e un sollievo per tutti”. Se un’eventuale legislazione in materia “dovesse entrare in conflitto con il nostro apparato valoriale, ossia il Vangelo, noi sceglieremmo il Vangelo – osserva Angelelli –. Molte variabili sono tuttavia ancora aperte. Dei cinque disegni di legge in Parlamento – molto diversi tra loro – alcuni prevedono l’obiezione di coscienza. Se si parla di libertà di scelta per il paziente, altrettanto valore deve essere riconosciuto alla libertà di scelta dell’operatore sanitario che non può essere obbligato ad agire contro la propria coscienza”.

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