Supplica Madonna Pompei: mons. Caputo (arcivescovo), “vedere l’altro come un fratello”, non “chiudersi nei recinti angusti e senza speranza dell’egoismo”

“Nella società di oggi sembra che non ci sia più spazio per l’imperfezione, per chi è ammalato, sofferente, anziano, povero, solo, per chi è affaticato ed oppresso. Si va affermando quella cultura dell’indifferenza e dello scarto di cui tante volte ci ha parlato Papa Francesco. Maria Santissima ci aiuti a cambiare i nostri occhi, a dissolvere quella nebbia che non ci permette di vedere l’altro come un fratello, facendoci chiudere nei recinti angusti e senza speranza dell’egoismo. La Vergine ci doni il suo stesso cuore e ci renda apostoli dell’amore di Cristo verso tutti i nostri fratelli”. È l’esortazione espressa ieri dall’arcivescovo prelato e delegato pontificio di Pompei, mons. Tommaso Caputo, nel saluto a mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, all’inizio della messa celebrata prima della recita della supplica alla Madonna del Rosario. “Stiamo vivendo il mese di ottobre, dedicato al Santo Rosario”, ha ricordato l’arcivescovo, sottolineando che “questa preghiera, mariana e cristocentrica, su cui è fondato il Santuario di Pompei, ci guida anche nel mettere in pratica il mese missionario straordinario, dal titolo ‘Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo’, indetto da Papa Francesco per sensibilizzare tutti i fedeli alla necessità di annunciare e testimoniare Cristo e il suo Vangelo”. Dopo aver evidenziato che la “Supplica” è “una preghiera universale, nella quale tutti si sentono compresi perché esprime gli affanni del cuore di ogni uomo e tocca le corde più profonde dell’animo umano”, mons. Caputo ha posto l’attenzione sul fatto che “in questa città, edificata attorno al santuario dal beato Bartolo Longo come città dell’amore e dell’accoglienza, trovano posto numerose strutture di ospitalità, gestite dal santuario, per bambini, ragazzi, donne e madri in difficoltà, anziani, diversamente abili, migranti, ex tossicodipendenti, poveri”. Attraverso ciò è “ancora viva ed attiva l’eredità del beato Bartolo Longo che, mettendo in pratica la pedagogia dell’amore, diede una casa, una famiglia ed un futuro a migliaia di ragazzi e ragazze abbandonati”. “Non senza sacrifici, ma con enorme dedizione – il tributo di mons. Caputo –, sacerdoti, religiose, religiosi e laici portano avanti questo impegno per sostenere le vecchie e nuove povertà, rendendo attuali e concrete le parole di Gesù: ‘Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’ (Mt 25, 40)”.

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