Suicidio assistito: mons. Pizziolo (Vittorio Veneto), “l’autodeterminazione come puro potere di decisione è un ‘feticcio’ che narcotizza la libertà”

“La persona è l’unico essere esistente con dignità di soggetto, non di oggetto: la vita, che egli è (e non semplicemente ‘ha’), partecipa di questa non ‘oggettivabilità’. Il soggetto è custode e affidatario della vita, non padrone ed arbitro. Questa consapevolezza è rafforzata, per i credenti, dall’origine e dal dono divino della vita”. Lo scrive mons. Corrado Pizziolo, vescovo di Vittorio Veneto, nell’editoriale de “L’Azione“, a proposito della recente sentenza della Corte Costituzionale sul caso Cappato che, osserva il presule, “impone una riflessione sulla dignità della persona e sulla necessità di sottrarre la vita a qualsiasi considerazione di tipo utilitaristico”. C’è un diritto “alla” vita, alla sua tutela e promozione. Non un diritto “sulla” vita. Di qui “la sua indisponibilità e inviolabilità anche per il soggetto, che delegittima ogni diritto di morire. Verso le persone non si ha il potere che si esercita sulle cose. È qui – in questo riconoscimento della dignità propria e unica della persona – lo snodo che sancisce l’impossibilità di ogni diritto a morire. Altrimenti la vita si risolve in un bene di consumo: un bene fruibile, nulla di più, che vale finché rende e appaga, poi lo si elimina”.
Le vittime di tale cultura sono proprio “gli esseri umani più deboli e fragili – i nascituri, i più poveri, i vecchi malati, i disabili gravi… –, che rischiano di essere ‘scartati’, espulsi da un ingranaggio che dev’essere efficiente a tutti i costi. Questo falso modello di uomo e di società attua un ateismo pratico negando di fatto la Parola di Dio”.
Oggi “viene amplificato il principio di autodeterminazione, spingendolo fino al potere sulla vita, con conseguente avvilimento del principio di umanità”. In realtà, osserva mons. Pizziolo, “un’autodeterminazione del soggetto come puro potere di decisione, sganciato dall’ordine del bene e dei suoi obblighi, è un ‘feticcio’ che narcotizza la libertà, abbandonando l’individuo alla solitudine. Senza fondamento nel bene e nella verità, la libertà umana viene risucchiata in un ‘desiderio di morte’ che estingue il gusto della vita”. Infine, c’è un diritto “a morire bene”: “Tutti dobbiamo morire, ma non è detto che dobbiamo morire male. C’è un diritto ‘a morire con dignità’ sia umana sia cristiana, volto a umanizzare il morire, anzitutto custodendo la relazione empatica e inoltre attraverso l’ausilio della terapia del dolore e la rinuncia a mezzi di cura straordinari e sproporzionati. Rinunciare a questi – conclude il presule – non vuol dire sopprimere la vita, ma accogliere e vivere la morte e il morire come l’ultimo atto della vita terrena”.

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