Carceri: card. Turkson, “non favoriscono sempre il rispetto della dignità dei detenuti, spesso teatro di nuovi crimini”

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Le condizioni in cui le persone detenute scontano la loro pena non favoriscono sempre il rispetto della loro dignità. Spesso le prigioni diventano addirittura teatro di nuovi crimini. L’ambiente degli istituti di pena offre tuttavia un terreno per dimostrare la sollecitudine cristiana da un punto di vista sociale”. Lo ha detto il card. Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, aprendo oggi il 5° corso internazionale di formazione per cappellani militari cattolici al diritto internazionale umanitario, promosso dallo stesso dicastero e dalle Congregazioni per i vescovi e per l’evangelizzazione dei popoli. L’occasione è la ricorrenza del 70° anniversario delle quattro convenzioni di Ginevra su feriti e prigionieri in guerra. Soffermandosi sulla missione dei cappellani militari, il porporato la considera “un tema di grande attualità in un tempo di grandi conflitti”. A proposito della “dura realtà dei conflitti armati”, il cardinale ha evidenziato come tra le persone detenute vi siano “sia combattenti caduti nelle mani di forze nemiche sia civili rapiti, per non parlare dei trattamenti disumani che colpiscono le minoranze etniche, linguistiche, politiche, culturali e religiose”. “I luoghi in cui queste persone sono detenute destano non poca preoccupazione sotto il profilo delle condizioni di detenzione disumane”. L’attenzione è rivolta in particolare a donne, bambini e anziani, “talora arrestati e detenuti in base solo a sospetti”. “Non di rado si trovano a condividere spazi insufficienti per non parlare delle condizioni fisiche e sanitare – ha aggiunto il card. Turkson -. In alcuni casi essi rimangono per un lungo periodo di detenzione senza processo e senza assistenza di tipo giuridico o spirituale”. Di fronte a tutte queste persone in situazione di vulnerabilità “il cappellano è chiamato a testimoniare con le parole e con la vita la sollecitudine della Chiesa e l’amore misericordioso di Dio che non esclude nessuno”. L’impegno auspicato è quello a “cercare nuove vie per migliorare le condizioni di detenzione e per un’applicazione del diritto più consona con la dignità della persona nei conflitti armati non internazionali”.

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