Turchia: mons. Bizzeti (vicario d’Anatolia), “se teniamo alla sicurezza bisogna permettere alle minoranze di esprimersi”

(dall’inviata Sir a Istanbul) “Se non c’è la possibilità di aprire una scuola, un luogo di culto, un centro culturale, la fatica di vivere in una società dove i cristiani sono una mosca bianca aumenta molto. Ma bisogna fare attenzione perché se si chiudono i luoghi che costruiscono identità si crea un potenziale esplosivo, soprattutto tra i giovani. Se teniamo alla sicurezza dobbiamo permettere alle minoranze di esprimersi”: è l’appello di mons. Paolo Bizzeti, vicario apostolico d’Anatolia e presidente di Caritas Turchia, intervenuto oggi ad Istanbul alla prima giornata di lavori del Migramed 2019 promosso da Caritas italiana, che riunisce (fino al 4 ottobre) un centinaio di delegati delle Caritas diocesane e delle Caritas del Mediterraneo. Tra i circa 4 milioni di rifugiati in maggioranza siriani – ma anche afgani, iracheni, iraniani, pakistani e africani sub-sahariani -, accolti dalla Turchia molti sono cristiani e si rivolgono alla piccola Chiesa locale (i cristiani sono l’1% dei 70 milioni di abitanti) per cercare aiuto e assistenza spirituale.

“Sono persone che vivono un doppio dramma – ha affermato mons. Bizzeti -. Da un lato sono stati costretti ad abbandonare la propria terra e i propri cari per la guerra o le persecuzioni subite; dall’altro hanno scoperto che l’Europa, cristiana e difensora dei diritti umani, è rigidamente chiusa nei loro confronti. Sentono che la loro identità non viene riconosciuta e accolta. Chi guarirà queste ferite?” La sede del vicariato d’Anatolia è a Iskendur: “Nella mia città – ha raccontato – sono accolti 40.000 rifugiati. In nessuna città italiana accade questo. Bisogna capire prima di giudicare. Ma se non si comincia ad aprire i cuori e le menti non si potranno cambiare le leggi e le politiche migratorie”.

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