Sinodo per l’Amazzonia: mons. Paloschi, “l’inculturazione non si fa con il proselitismo, ma con la testimonianza”

“L’inculturazione non si fa con il proselitismo, ma con la testimonianza”. A ribadirlo, durante il briefieng di oggi sul Sinodo per l’Amazzonia, è stato mons. Roque Paloschi, arcivescovo di Porto Velho, in Brasile, ricordando che “ogni processo di inculturazione rispetta il processo da entrambi le parti: non si tratta di imporre una cultura dall’alto, ma di preservare i semi presenti in ogni cultura. Nessuna cultura è perfetta, tutti noi abbiamo bisogno di adeguarci per diventare una nuova creatura: l’annuncio del Vangelo è un annuncio di vita nuova, senza però abbandonare le proprie tradizioni”. “Non possiamo fare qualcosa senza avere delle informazioni sulla vita dei popoli indigeni”, ha aggiunto padre Justino Sarmento Rezende, salesiano esperto in spiritualità indigena e di pastorale inculturata, a proposito dell’interculturalità: “Una Chiesa dal volto amazzonico è una Chiesa che si appropria delle sue tradizioni, che evangelizza nella propria lingua ma nello stesso tempo studia anche la teologia e la dottrina della Chiesa. Gli indigeni che sono stati battezzati possono fare diversamente, rispetto a ciò che gli antichi missionari hanno fatto, chiedendosi che cosa significhi evangelizzare oggi nel modo migliore”. “Quando parliamo di Eucaristia – ha aggiunto il salesiano – noi sogniamo insieme: vogliamo operare congiuntamente per concretizzare non il sogno di una persona, ma di un popolo”. “Si tratta di processi lenti, che non nascono da un momento all’alto”, ha osservato l’unico sacerdote indigeno presente al Sinodo, secondo il quale “è molto importante che i missionari e i laici lavorino insieme, per il miglior lavoro possibile a favore del popolo amazzonico”.

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