Decreto Salvini: p. Ripamonti (Centro Astalli), “un passo indietro che ci rende più insicuri”

“Il Centro Astalli esprime preoccupazione per gli effetti che le nuove misure introdotte dal Decreto varato oggi all’unanimità dal Consiglio dei ministri potranno avere sulla vita dei migranti e sulla coesione sociale dell’intero Paese”. È quanto si legge in una nota diffusa poco fa dal Centro Astalli nelle quale si sottolinea che “l’unificazione del Decreto sicurezza e del Decreto immigrazione in un unico testo di legge ci pare fuorviante e sbagliata”. “Ancora una volta – prosegue la nota – si va a reiterare la nefasta equazione che assimila i problemi di sicurezza interna, come criminalità organizzata e terrorismo, al tema della gestione delle migrazioni e in particolare delle migrazioni forzate, che ben altro sforzo legislativo richiedono in termini di programmazione, gestione e integrazione dei migranti”.
“Registriamo come un arretramento sostanziale la riforma dello Sprar e l’esclusione da questo tipo di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale”, evidenzia il Centro Astalli, per il quale “viene così meno il principio fondamentale secondo cui la riuscita di un percorso di integrazione debba partire dalla prima accoglienza, come chiaramente espresso anche nel Piano Integrazione per i rifugiati del ministero dell’Interno”.
Per padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, si tratta di “un passo indietro che non tiene conto da un lato delle vite e delle storie delle persone e dall’altro del lavoro di costruzione che da decenni tante organizzazioni umanitarie e di società civile hanno fatto in stretta collaborazione con le istituzioni, in particolare con gli enti locali, in un rapporto di sussidiarietà che ha rappresentato la linfa vitale del welfare del nostro Paese”. “Criminalizzare i migranti – ammonisce – non è la via giusta per gestire la presenza in Italia di cittadini stranieri”. “Aumentare zone grigie, non regolamentate dalla legge, e rendere meno accessibili e più complicati i percorsi di legalità – conclude – contribuisce a rendere il Paese meno sicuro e più fragile”.

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