Sud: Svimez, aumentano povertà e disagio soprattutto nelle periferie urbane

“Nel Mezzogiorno si delinea una netta cesura tra dinamica economica che, seppur in rallentamento, ha ripreso a muoversi dopo la crisi, e una dinamica sociale che tende ad escludere una quota crescente di cittadini dal mercato del lavoro, ampliando le sacche di povertà e di disagio a nuove fasce della popolazione”, concentrate soprattutto nelle grandi periferie urbane. È la severa analisi che lo Svimez propone nelle anticipazioni del Rapporto 2018, presentate oggi a Roma. Il numero di famiglie meridionali senza alcun occupato è cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% all’anno. Forte è l’incidenza dell’andamento demografico, che vede il peso del Sud scendere al 34,2%, anche per il minor numero di stranieri (nel 2017 erano 872 mila contro i 4 milioni 272 mila del Centro-Nord). Negli ultimi sedici anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883mila residenti, per la metà giovani tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati. La forza lavoro si è decisamente invecchiata, con un “dualismo generazionale” eclatante: il saldo negativo di 310mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578mila), di una contrazione di 212mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470mila unità). E comunque il lavoro non è più in assoluto una garanzia contro povertà. Lo Svimez segnala con preoccupazione la crescita del fenomeno dei “working poors”, i lavoratori poveri: “La crescita del lavoro a bassa retribuzione, dovuto alla complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario, è una delle cause, in particolare nel Mezzogiorno, per cui la crescita occupazionale nella ripresa non è stata in grado di incidere su un quadro di emergenza sociale sempre più allarmante”.

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