Giovani: Triani (pedagogista), “parrocchie siano incontro, volto, spazio e segno” per “essere per la loro vita ancora luogo significativo”

(Foto: Centro di orientamento pastorale)

(da Assisi) “Può ancora la comunità cristiana ecclesiale svolgere un ruolo rilevante nella vita dei giovani nella costruzione del sé, del proprio percorso esistenziale, della propria fede in Dio? E le parrocchie possono ancora essere spazio significativo per questo?”. È partito da queste due domande Pierpaolo Triani, pedagogista dell’Università Cattolica, per il suo intervento ad Assisi, questa mattina, alla 68ª Settimana di aggiornamento pastorale promossa dal Centro di orientamento pastorale. Parlando di “Parrocchia, identità e futuro: relazioni, affetti, Dio”, Triani ha spiegato che “la risposta è affermativa, ad alcune condizioni: se la parrocchia si pone in ascolto con intelligenza di fronte ai mutamenti profondi che stanno cambiando la cultura contemporanea, se riconosce le proprie fatiche e i propri limiti, se riconosce le potenzialità della comunità cristiana nella sua forma territoriale e se riconosce le condizioni d’esercizio possibile”. In un “contesto culturale segnato da profonde trasformazioni”, il pedagogista ha notato come “si è modificato profondamente il modo di intendere l’educazione, passando da un’idea prevalentemente regolativa ad una concezione espressiva”. “Ma non funziona nessuna delle due, perché l’educazione – ha ammonito – è portare le persone alla libertà e alla responsabilità di sé, anche nella fede”. In questa “dinamica”, si inserisce il discernimento che “non può essere un meccanismo ma un processo di accompagnamento a libertà e responsabilità”. “Una comunità cristiana, dal punto educativo”, ha proseguito, “deve riconoscere che occorre accompagnare le persone ad andare oltre una lettura spontaneistica di se stessi. Oggi, una delle sfide educative è restituire una lettura complessa di sé, che non significa una lettura negativa ma una lettura del sé come apertura all’altro”.
Triani ha poi elencato alcune osservazioni che giovani e adulti fanno rispetto alla parrocchia: è “troppo ingessata per muovere affezioni e per far sentire a casa”, “troppo istituzionale per far sentire aria di libertà”, “troppo vecchia nel linguaggio per attrarre e smuovere l’indifferenza religiosa”, “troppo ferma sulle attività più sicure per smuovere la partecipazione facendo quello che abbiamo sempre fatto”, “troppo incoerente per suscitare fiducia” e “troppo intellettuale per essere per tutti”. Poi alcune dinamiche: la “delocalizzazione delle appartenenze ecclesiali” che non può portare alla “smaterializzazione della parrocchia”; e la “relativizzazione della parrocchia” che “non le toglie il compito di essere significativa”. Tra le potenzialità evidenziate per la parrocchia, quella di essere “a bassa soglia, cioè una comunità che accoglie parlando il linguaggio di tutti”. E poi la “territorialità per non far venire meno l’incontro faccia a faccia tra le persone” e l’“intergenerazionalità”. In sintesi, “l’identità che la parrocchia deve mantenere è essere sempre incontro, volto, spazio e segno”. “Non semplicemente erogazione”, ha ammonito, aggiungendo che deve “aiutare la comunità cristiana a capire che ciò che si vive non sia erogazione”. Per Triani, “l’eclissi del cristianesimo domestico si può superare se le parrocchie riconoscono l’importanza di essere luogo in cui significati evangelici – fraternità, figliolanza, salvezza, perdono… – sono incarnati”. E per “un aumento domestico delle parrocchie” è necessario “ampliare le funzione che sono attribuite alla parrocchia” che deve essere “a più livelli e a più dimensioni per incarnare questi significati”. Il pedagogista ha concluso con quattro indicazioni: “ripensare l’iniziazione cristiana, soprattutto a livello contenutistico”, “ripensare la parrocchia in termini unitari ma pluralistici”, “ripensare ai giovani dopo i 20 anni con percorsi anche brevi capaci di lavorare su alcuni significati e di condurre al disciplinamento personale” e, infine, “formare gli adulti ad educare alla fede”.

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