Giovani: don Roselli (Univ. Salesiana), servono “educatori aperti ai ‘chiari di bosco’ e traghettatori che accompagnano”

(Foto: Centro di orientamento pastorale)

(da Assisi) Verso le giovani generazioni educatori, animatori, operatori pastorali “devono essere persone pronte e aperte ai ‘chiari di bosco’ che non sono indicati da Google Maps e non si programmano perché sono imprevedibili” e “devono essere traghettatori, cioè essere implicati nello stesso percorso delle persone che si accompagnano, collocandosi sul terreno della loro esperienza, del loro cammino specifico perché questo ha valore testimoniale”. Lo ha affermato questo pomeriggio don Michele Roselli, docente invitato di catechetica alla Pontificia Università Salesiana, intervenendo ad Assisi alla 68ª Settimana di aggiornamento pastorale promossa dal Centro di orientamento pastorale. Parlando di “Parrocchia e itinerari di formazione cristiana: e dopo la Cresima?”, il sacerdote ha invitato a “guardare con un occhio qualitativo all’iniziazione cristiana e non soltanto quantitativo. E se guardiamo al dato numerico – dopo la Cresima se ne vanno oltre i tre quarti dei ragazzi – l’importante è stupirsi di quanti ancora chiedono i sacramenti”. Anche per questo, ha invitato alla riflessione domandando: “Con quale idea di Dio, fede e Chiesa se ne vanno?”. “Se fanno un’esperienza positiva è possibile che poi ritornino perché – ha rilevato – nessuna pastorale può mettere le mani sui meccanismi del diventare cristiano”. Condividendo uno spaccato di ciò che avviene in Italia rispetto all’iniziazione cristiana, don Roselli ha notato che “laddove si sono tentati esperimenti nuovi, si è riscontrato un rinnovamento dell’attenzione verso gli adulti con il coinvolgimento della famiglia, non si parla più di un catechista da solo ma di un’equipe, c’è una rinnovata centralità dei Sacramenti e dell’Eucarestia, e c’è stato un ripensamento della pastorale battesimale e della mistagogia”. Sottolineando l’importanza di “compiere passi lenti oltre il binomio formazione cristiana-bambini”, il sacerdote ha evidenziato che “fatichiamo ad uscire da una forma di catechesi (formazione cristiana) puerocentrica e in vista dei Sacramenti, tipica della parrocchia tridentina”.
“L’adolescenza ha bisogno di una discontinuità rispetto la catechesi dell’infanzia” anche perché “l’esperienza religiosa degli adolescenti è segnata dall’erranza, da una domanda forte di relazione, dall’esigenza di concretezza e significatività per la vita e dal bisogno di personalizzazione della fede che ha una deriva verso una privatizzazione (‘Dio a modo mio’)”. Per don Roselli, “parlare così della mistagogia non è solo ‘cosmesi’ (linguistica) ma ‘ginnastica’ (del corpo ecclesiale)”. Si tratta di un “esercizio” per il quale “è indispensabile un collegamento della catechesi con la pastorale familiare e liturgica. Ma anche con le pastorali delle vocazioni, scolastica e giovanile”.
E se “la fede si apprende ‘a specchio’, attraverso un bagno di vita ecclesiale”, il sacerdote ha chiesto: “Che specchio siamo? Che specchio sono le comunità? Cosa può vivere a specchio chi mi vede?”. Anche per questo “la pratica della formazione cristiana domanda di smettere di essere sequestrata dalla parrocchia, relegata nella fanciullezza, delegata ai catechisti ma necessita di essere restituita alla comunità cristiana. La generatività deve essere di tutta la comunità, è lei che fa la formazione: dai suoi modi di essere e di fare può dipendere il modo in cui le persone rispondono”.
Un altro passaggio è stato dedicato al fatto che “l’oratorio e la parrocchia devono restare aperti a tutti”. Il “per tutti” è “antidoto ad una visione elitaria della Chiesa e della formazione cristiana” e “ad una visione settaria: contro… che vede il male fuori e il bene dentro, che separa ciò che è unito”. Una “parrocchia ospite” che chiede “umiltà di farsi accogliere” e “il coraggio di accogliere e tenere aperta l’accoglienza”. Don Roselli ha anche presentato una proposta di catechesi “kairotica”, “che risponde ai bisogni e alle esperienze dei soggetti coinvolti e contemporaneamente ha una forza promozionale, nel senso che gli aprono nuovi orizzonti, riducendo il rischio di stagnazione o addirittura di regressione”. E ha fornito “abbozzi” per “proposte di formazione cristiana ‘forti e flessibili’” con “moduli che corrispondono allo zig zag della vita e aprono diverse porte di accesso allo stesso mistero, in equilibrio tra formale ed informale, a partire dall’esperienza”: “E se la catechesi fosse performativa, un’esperienza immersiva?”, la provocazione.

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