Droga: Ramonda (Apg23), no a tutti i tentativi di legalizzazione

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Il recente parere del Consiglio Superiore di Sanità ha svelato l’inganno che si cela dietro il business nato nell’ultimo anno sfruttando l’ambiguità di una legge. Si tratta di un palese tentativo di legalizzare totalmente la cannabis, giocando sull’uso del termine ‘light’. Nella comunità scientifica non esiste una distinzione tra droghe leggere o pesanti. Le droghe producono dipendenza, perdita del senso di realtà, annullamento della coscienza morale, dunque sono dannose per la salute. Per un riscontro basta vedere quanti incidenti stradali mortali sono causati da persone che guidano sotto l’effetto di droghe ed alcol. Legalizzare le droghe è uccidere i giovani, specialmente quelli più fragili”. È quanto dichiara Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, in merito al recente parere del Consiglio Superiore della Sanità contro la vendita dei prodotti della cosiddetta cannabis light. Il riferimento è la Legge 242 del dicembre 2016 che governa la filiera della canapa indiana, consentendo la vendita delle infiorescenze di cannabis esclusivamente per uso agricolo o industriale. “La Giornata internazionale della lotta alla droga ha un intento preventivo, in particolare verso i giovani, che sono le prime vittime della droga. – continua Ramonda -. È bene ricordare che i danni delle droghe sono anzitutto sulla persona. Chi fa uso di queste sostanze cessa di crescere nella sua personalità. Smette di affrontare la vita. Fugge di fronte ad ogni difficoltà, rifugiandosi in un ‘paradiso’ artificiale. Al contrario dobbiamo mostrare ai nostri giovani la bellezza di una vita spesa pienamente”. La Comunità Papa Giovanni XXIII ha aperto nel 1980 la prima Comunità terapeutica per il recupero delle persone con dipendenze patologiche. Don Oreste Benzi è stato tra i precursori italiani della lotta alle dipendenze. Oggi Apg23 gestisce 22 Comunità Terapeutiche in Italia e 12 all’estero, in Argentina, Cile, Bolivia, Brasile, Albania e Croazia. Nelle comunità sono accolte oltre 300 persone.

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