Giovani e lavoro: ricerca Iref-Acli, “per il 40% oggi non c’è possibilità di difendere il proprio posto”

Il 40% dei giovani ritiene che oggi non ci sia possibilità di difendere il proprio posto di lavoro, il 30% pensa che per difenderlo la strategia migliore sia mettersi insieme ad altri lavoratori, il 20% che sia meglio agire da soli, il 10% che sia meglio rivolgersi ad un sindacato. È quanto emerge da “Il ri(s)catto del presente. Giovani e lavoro nell’Italia della crisi” (Rubbettino), presentato nel pomeriggio in un seminario con gli studenti di Scienze della formazione dell’Università Roma Tre. Nel volume sono raccolti i dati dell’inchiesta quantitativa che l’Istituto di ricerche educative e formative (Iref) delle Acli ha svolto coinvolgendo in 12 mesi di lavoro 2.500 under30 italiani alle prese con il mondo del lavoro. Un confronto tra tre diverse tipologie di giovani: gli italiani che lavorano nel nostro Paese (gli stayers), i giovani andati all’estero (i movers) e i giovani di seconda generazione. Un gruppo considerevole (44,9%) sostiene di non avere una carriera ma solo un lavoro, mentre per un intervistato su tre (33%) la sua carriera ha avuto un percorso lineare. Un quinto del campione, infine, pensa di essere sulle “montagne russe”, in un continuo saliscendi professionale (20,8%). “Tutti elementi – ha spiegato Andrea Casavecchia, dell’Università Roma Tre – che creano instabilità”. Gianfranco Zucca, curatore della ricerca, ha aggiunto che “l’accoppiamento formazione-lavoro funziona bene per i giovani provenienti da famiglie con entrambi i genitori con un lavoro qualificato”. Del “disastro umanitario” che è l’accesso dei giovani al lavoro ha parlato Massimiliano Smeriglio, vicepresidente e assessore della Regione Lazio, che ha rilevato come in questo contesto ogni giovane sia davanti ad un “destino drammaticamente individuale”, rilevando per esempio la “sproporzione tra i canali istituzionali come i centri per l’impiego e le relazioni individuali” per poter trovare lavoro. In un passaggio si è poi soffermato sulla retribuzione di alcuni lavori in cui trovano “impiego” soprattutto i giovani: “Sotto una cifra non è lavoro, è schiavitù”, ha detto tra gli applausi dei presenti in sala.

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