Striscia di Gaza: suor Tighe (Caritas Jerusalem), “una bomba pronta ad esplodere. Rimuovere il blocco israeliano”

“Una bomba pronta ad esplodere”: è questa l’immagine che suor Bridget Tighe, da gennaio di quest’anno Direttrice generale di Caritas Jerusalem, usa per descrivere al Sir la situazione a Gaza dove ha vissuto e operato per ben cinque anni. Dopo le forti proteste delle settimane scorse, culminate nei violenti scontri del 14 maggio al confine con Israele, che hanno provocato decine di morti e migliaia di feriti, questi nella Striscia sono i giorni del lutto. “Le persone – racconta al Sir la religiosa – sono sotto shock per ciò che è accaduto. Sono i giorni del dolore, dello scambio di condoglianze, della visita ai familiari delle vittime. È vero, i palestinesi hanno tirato sassi, molotov, ma la risposta di uno degli eserciti più forti, addestrati e equipaggiati al mondo è stata totalmente sproporzionata”. Davanti alle tante emergenze che affliggono la Striscia di Gaza, mancanza di luce, acqua potabile, sistema fognature, collasso del sistema sanitario, disoccupazione, la religiosa chiede un allentamento del blocco imposto da 11 anni da Israele su Gaza: “la cosa da fare adesso è porre fine al blocco israeliano, aprire i valichi così che le persone possano uscire per curarsi e per lavorare. Perché questo è ciò che desidera la stragrande maggioranza della popolazione di Gaza. Questo è possibile perché Israele è assolutamente in grado di controllare e verificare ogni flusso. Come Caritas – ribadisce la direttrice – siamo contro la violenza da qualsiasi parte essa venga. La violenza non può essere la soluzione. Anche il blocco è una forma di violenza. Per questo crediamo che aprire i valichi, rimuovere il blocco potrebbe favorire un miglioramento delle condizioni di vita dei gazawi, allentare la tensione palpabile e allontanare la paura di una nuova guerra”. Parlando della minoranza cristiana della Striscia, circa 1.000 fedeli, di cui 100 cattolici, suor Tighe afferma che “essa soffre come tutta la popolazione gazawa. Non sono perseguitati, molti cristiani lavorano all’interno di strutture pubbliche. Ma come tutte le minoranze sono molto vulnerabili. Tuttavia hanno un’estrema resilienza, come dimostrano i diversi progetti portati avanti al servizio della comunità”. Ma il rischio è l’estinzione: molti di quelli che escono durante le feste di Natale e Pasqua spesso non fanno rientro.

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