Migranti: p. Ripamonti, “in Libia anziché ingerenza serve unità di intenti”

“Casa Libia”, il titolo dell’incontro in corso a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana, per iniziativa del Centro Astalli, “è provocatorio: perché è assurdo accostare il termine casa quando si ha a che fare con i rifugiati, che sono passati nei centri di detenzione libici contro il loro volere”: lo ha detto padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, aprendo il secondo appuntamento del corso di formazione “Aiutarli a casa loro?”. “In Libia la situazione è terribile – ha ricordato -. Frammentata all’interno, con una ingerenza internazionale che complica anziché risolvere”. Il suo auspicio è “passare dall’ingerenza all’unità di intenti”. Soumalia, 30 anni, rifugiato del Mali passato per la Libia, ha raccontato la sua storia. Era responsabile della comunicazione del partito di opposizione, dopo una sua denuncia dei crimini del governo rischiava il carcere e la morte. “Nei centri la situazione è atroce, disumana. Chi non paga i trafficanti viene ucciso o portato a lavorare nei campi come schiavo”. Soumalia ha pagato 3000 euro per il suo viaggio ed è  stato costretto ad imbarcarsi altrimenti i trafficanti li avrebbero uccisi: ” Siamo partiti in 120, abbiamo fatto naufragio e siamo arrivati in 30″.

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