Operaio morto all’Ilva: mons. Santoro (Taranto), colpa di “un sistema minato dalla precarietà”

“Vorrei che giungesse alla famiglia del giovane Angelo Fuggiano il mio cordoglio unito a quello di tutta la Chiesa di Taranto. Angelo è l’ennesima vittima caduta sul lavoro nello stabilimento Ilva. È la preghiera di una comunità intera che piange un operaio poco più che un ragazzo con già una moglie e due piccoli da crescere”. Lo dice mons. Filippo Santoro, arcivescovo della diocesi di Taranto, commentando in una nota al Sir l’ennesima morte bianca nel siderurgico, che oggi ha riguardato un operaio di una ditta d’appalto di 28 anni, morto perché colpito da una fune durante operazioni di manutenzione all’interno della zona portuale della fabbrica. “Il lutto dell’intera città di Taranto s’imponga senza se e senza ma nel panorama nazionale, dove spesso la parola Ilva evoca solo una questione cocente, un dilemma politico, un punto di programma, offuscando volti, storie, vite, generazioni intere di tarantini che rivendicano, oggi purtroppo con la gravità della morte di un giovane, cittadinanza piena e di primo piano, rispetto ai meri interessi di governo ed economici! Le morti sul lavoro – ha detto Santoro – in un impianto così complesso non possono essere più imputate alla fatalità ma ad un sistema minato dalla precarietà che andrebbe radicalmente riformato per creare condizioni di sicurezza per la vita e la salute di questi ultimi, gli operai, che stanno pagando da troppo tempo il prezzo più alto. Al Signore, Pastore Eterno, affido Angelo, con l’abbraccio mio e della comunità dei credenti”.

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