Papa Francesco: alla diocesi di Roma, “rivoluzione della tenerezza” è “primo passo”. “Guardare al popolo e non a noi stessi”. “Riconciliarsi”

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Fenomeni come l’individualismo, l’isolamento, la paura di esistere, la frantumazione e il pericolo sociale,  tipici di tutte le metropoli e presenti anche a Roma, hanno già in queste nostre comunità uno strumento efficace di cambiamento”. Il Papa ha concluso il suo discorso alla diocesi di Roma all’insegna della speranza. “Non dobbiamo inventarci altro, noi siamo già questo strumento che può essere efficace, a patto che diventiamo soggetti di quella che altrove ho già chiamato la rivoluzione della tenerezza”, ha garantito Francesco: “E se la guida di una comunità cristiana è compito specifico del ministro ordinato, cioè del parroco, la cura pastorale è incardinata nel battesimo, fiorisce dalla fraternità e non è compito solo del parroco o dei sacerdoti, ma di tutti i battezzati”. “Questa cura diffusa e moltiplicata delle relazioni potrà innervare anche a Roma una rivoluzione della tenerezza, che sarà arricchita dalle sensibilità, dagli sguardi, delle storie di molti”, la tesi del Papa: “Tenendo questo come un primo compito pastorale, potremo essere lo strumento attraverso il quale sia sperimenteremo l’azione dello Spirito Santo tra di noi, sia vedremo vite cambiare”. “Come attraverso l’umanità di Mosè Dio intervenne per Israele, così l’umanità risanata e riconciliata dei cristiani può essere lo strumento di questa azione del Signore che vuole liberare il suo popolo da tutto ciò che lo fa non-popolo, con il suo carico di ingiustizia e di peccato che genera morte”, ha proseguito Francesco tornando all’immagine iniziale dell’Esodo: “Ma bisogna guardare a questo popolo e non a noi stessi, lasciarci interpellare e scomodare. Questo produrrà certamente qualcosa di nuovo, di inedito e di voluto dal Signore”. “C’è un passaggio previo di riconciliazione e di consapevolezza che la Chiesa di Roma deve compiere per essere fedele a questa sua chiamata”, ha concluso il Papa: “e cioè riconciliarsi e riprendere uno sguardo veramente pastorale – attento, premuroso, benevolo, coinvolto – sia verso sé stessa e la sua storia, sia verso il popolo alla quale è mandata”. Di qui la necessità di “dedicare del tempo” a questo compito, già a partire dal prossimo anno pastorale, per dare corpo a  “nuove condizioni di vita e di azione pastorale, più rispondenti alla missione e ai bisogni dei romani di questo nostro tempo; più creative e più liberanti anche per i presbiteri e per quanti più direttamente collaborano alla missione,  all’edificazione della comunità cristiana. Per non avere più paura di quel che siamo e del dono che abbiamo, ma per farlo fruttificare”. “Vi invito a leggere così anche alcune delle difficoltà e delle malattie che avete riscontrato nelle vostre comunità”, la consegna per la Chiesa di Roma: “come realtà che forse non sono più buone da mangiare, non possono più essere offerte per la fame di qualcuno. Il che non significa affatto che non possiamo produrre più niente, ma che dobbiamo innestare virgulti nuovi: innesti che daranno frutti nuovi”.

 

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