Osservasalute 2017: Ricciardi (direttore), “come strutture centrali non possiamo intervenire sugli squilibri delle Regioni, servirebbe un cambiamento della Costituzione”

“Le regioni che si sono attivate nella prevenzione e nella promozione di stili di vita corretti hanno impresso una svolta positiva per la salute dei loro abitanti”. Lo ha spiegato Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane e ordinario di Igiene all’Università cattolica, nonché presidente dell’Istituto superiore di sanità, in occasione della presentazione del Rapporto Osservasalute 2017, al Policlinico Gemelli, a Roma. “Con la prevenzione vaccinale in tutte le fasce di età e con la prevenzione oncologica salviamo vite umane. Laddove non si fa, perdiamo vite e la qualità stessa della vita è più scadente”. Nel Mezzogiorno, ha ricordato Ricciardi, “abbiamo indicatori simili a quelli dei Paesi del Sud del mondo”. E ha denunciato: “Le condizioni di salute sono molto disuguali al Nord e al Sud e anche le aspettative di vita sono diverse dal punto di vista geografico”. Così, nella Provincia autonoma di Trento si registra l’aspettativa di vita alla nascita più alta per una donna (86,3 anni), mentre in Campania la più bassa (83,3). Un altro problema è la qualità di vita. “Ancora più eclatante – ha sottolineato -, in questo caso, è il raffronto tra area metropolitana di Napoli e di Stoccolma: nella prima le donne in media vivono di più, ma male gli ultimi 16 anni della loro esistenza per le condizioni di salute, le svedesi solo 5”.
Tra le regioni più virtuose sul fronte prevenzione e stili di vita corretti al Nord, Ricciardi, rispondendo a una domanda del Sir, ha indicato “Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Toscana, ma anche Umbria e Marche. Tra quelle che si sono mosse con più ritardo, il Lazio adesso sta recuperando tangibilmente. Sono invece sensibilmente indietro sono Campania, Sicilia, Calabria, come testimoniano i dati sulla vita dei cittadini di queste regioni, ma – attenzione – a determinare questa situazione non è una cattiva qualità professionale dei medici e infermieri: anzi, quelli del Sud sono più bravi perché operano in contesti più difficili”. È “l’organizzazione – ha spiegato al Sir – che deve essere ripensata di fronte a queste sfide, ma molto spesso non lo è stata. Ed è anche una questione di governance. Di fatto, noi strutture centrali non possiamo intervenire per correggere gli squilibri delle Regioni perché la Costituzione ce lo impedisce, possiamo avere solo compiti di programmazione, di controllo e di supporto tecnico-scientifico, ma la gestione è affidata alle Regioni. Il cambiamento costituzionale in questo caso, secondo me, è necessario, non per interferire con le Regioni che funzionano bene, ma per aiutare quelle che funzionano male. Altrimenti, il potere centrale può mandare solo gli ispettori, ad esempio, nel momento in cui c’è un bambino che muore in un punto parto”. Cosa possiamo auspicare? “Dipende da noi, dalla capacità che avremo di convincere i politici, che apparentemente sono tutti a sostegno del Sistema sanitario nazionale, a passare dalle parole ai fatti, e anche i cittadini che devono capire che sono le amministrazioni regionali che devono dare loro una mano e, quindi, devono essere pienamente consapevoli di questa responsabilità”.

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