Pena di morte: Amnesty, “ancora 21.919 prigionieri in attesa di esecuzione nel mondo”

Anche se c’è stato un calo delle condanne e delle esecuzioni nel mondo ci sono ancora almeno 21.919 prigionieri nel braccio della morte. Sulla lista nera dei Paesi che ancora la praticano ci sono ancora 15 Stati, con un numero record nella regione Medio Oriente-Africa del Nord mentre la regione Asia-Pacifico si conferma quella col maggior numero di Stati che usano la pena di morte per quel genere di reati. Cina, Iran, Iraq, Arabia Saudita e Pakistan sono i Paesi con le cifre più drammaticamente alte. È quanto emerge dal Rapporto annuale sulla pena di morte nel mondo diffuso oggi da Amnesty international. I dati non comprendono le condanne a morte e le esecuzioni in Cina, che secondo Amnesty sono state migliaia, ma i numeri sono considerati segreto di Stato. Un passo in avanti significativo è stato l’aumento della quantità di droga che fa scattare l’obbligo della condanna a morte in alcuni Paesi che ne sono fieri sostenitori. In Iran le esecuzioni registrate sono diminuite dell’11 % rispetto al 2016 e la percentuale delle esecuzioni per reati connessi alla droga è scesa del 40%. In Malesia è stata introdotta la discrezionalità della pena nei processi per traffico di droga. Vi sono state esecuzioni per reati connessi alla droga in quattro Stati: Arabia Saudita, Cina, Iran e Singapore. Singapore ha impiccato otto prigionieri, tutti per reati connessi alla droga, il doppio rispetto al 2016. Una tendenza del genere è stata osservata in Arabia Saudita, dove le decapitazioni per reati connessi alla droga sono salite dal 16 per cento del totale delle esecuzioni del 2016 al 40 per cento nel 2017. Alcuni governi hanno anche violato una serie di divieti previsti dal diritto internazionale: in Iran sono state eseguite almeno cinque condanne a morte nei confronti di persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni. Nei bracci della morte di questo Stato, alla fine del 2017, ve n’erano almeno altri 80. Persone con disabilità mentale o intellettuale sono state messe a morte o sono rimaste in attesa dell’esecuzione in Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Usa. Amnesty ha registrato anche parecchi casi di persone condannate a morte dopo aver “confessato” reati a seguito di maltrattamenti e torture: in Arabia Saudita, Bahrein, Cina, Iran e Iraq. In questi ultimi due Paesi, alcune di queste “confessioni” sono state trasmesse in televisione.

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