Esercizi spirituali Curia Romana: quinta meditazione, “la sete di Gesù sul Calvario è storia dei nostri giorni”

“La sete di Gesù”, segno della sete esistenziale dell’uomo, al centro della quinta meditazione degli Esercizi spirituali per il Papa e la Curia romana, predicati in questi giorni ad Ariccia dal teologo e poeta portoghese, don Josè Tolentino de Mendonça. La sete di Gesù – riferisce “Vatican News” -, quella corporale nell’ora del Calvario, “prova della sua incarnazione” e “segno del realismo della sua morte” e quella simbolica e spirituale è la “vitale chiave di accesso”, ha sottolineato don Tolentino de Mendonça, per cogliere il senso profondo della sua vita e della sua morte. L’evangelista Giovanni – ha ricordato – oltre che nel racconto del Calvario, riporta tre volte l’espressione “avere sete”. “Nell’incontro con la samaritana – ha osservato il predicatore – c’è un cambio di ruoli che non deve passare inosservato”: “La samaritana non intende subito le parole di Gesù, le interpreta come riferite a una sete fisica. Ma fin dall’inizio Gesù giocava con un senso spirituale. Il suo desiderio puntava sempre a un’altra sete, come spiegò alla donna: ‘Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere!’, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”.
Anche sul Calvario, Gesù manifesta subito il suo desiderio di bere. “La sete è così il sigillo – ha commentato il sacerdote – del compimento della sua opera e, allo stesso tempo, del desiderio ardente di fare dono dello Spirito, vera acqua viva capace di dissetare radicalmente la sete del cuore umano”. E ancora nella festa delle Capanne, avere sete “è credere in Gesù” e bere “è venire a Cristo”. In verità, “la sete di cui Gesù parla è una sete esistenziale che si placa facendo convergere la nostra vita verso la sua. Aver sete è avere sete di Lui. Siamo così chiamati a vivere di una centralità cristologica: uscire da noi stessi e cercare in Cristo quell’acqua che spegne la nostra sete, vincendo la tentazione di autoreferenzialità che tanto ci fa ammalare e tiranneggia”.
La sete di Gesù permette dunque “di comprendere la sete che alberga nel cuore umano e di disporci a servirla”, rispondendo “alla sete di Dio, alla carenza di senso e di verità, al desiderio che sussiste in ogni essere umano di essere salvato, anche se è un desiderio occulto o sepolto sotto i detriti esistenziali”. Come insegna Madre Teresa di Calcutta, le parole di Gesù: “Ho sete”, che campeggiano in tutte le cappelle delle Missionarie della carità, “non riguardano solo il passato ma sono vive oggi”. Allora – ha ammonito il predicatore – dobbiamo sempre riscoprire lo Spirito Santo, perché a volte siamo una Chiesa in cui manca “la vivacità”, “la gioventù”, “l’allegria” di questo Spirito “che ci rende una Chiesa in uscita”. Questo il senso della sete di Gesù: “La sua sete è rompere le catene che ci chiudono nella colpevolezza e nell’egoismo, impedendoci di avanzare e di crescere nella libertà interiore. La sua sete è liberare le energie più profonde nascoste in noi perché possiamo diventare uomini e donne di compassione, artigiani di pace come lui, senza fuggire la sofferenza e i conflitti del nostro mondo spezzato, ma prendendovi il nostro posto e creando comunità e luoghi d’amore, così da portare una speranza a questa terra”.

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