Polonia: dibattito attorno alla legge che vieta di parlare di “campi di morte polacchi”. “Norma che suscita preoccupazioni”

Ha avuto ampia risonanza la nuova legge approvata dal Parlamento di Varsavia che punisce con pene detentive fino a tre anni chi parli dei “campi di morte polacchi” o comunque accusi la Polonia o i polacchi di aver collaborato alla Shoah. In Israele la nuova normativa polacca, intesa come “negazione dell’Olocausto”, ha suscitato sdegno e disapprovazione. Preoccupazione hanno espresso numerose organizzazioni ebraiche come la World Jewish Congress, e internazionali, come l’Ocse, e il Dipartimento di Stato Usa, nonché il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, e il primo vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans. “Facciamo appello per una collaborazione fra Polonia e Israele, fra cristiani ed ebrei: solo in tal modo possiamo superare concetti di parte”, scrivono i membri della presidenza del Consiglio polacco di cristiani ed ebrei riferendosi alla discussa legge “sui campi di morte”. Secondo uno dei firmatari dell’appello, Zbigniew Nosowski, copresidente dalla parte cristiana, e Stanislaw Krajewski, di parte ebrea, il fatto che il Parlamento polacco abbia votata la norma (il 26 gennaio alla Camera e il 31 gennaio al Senato) “testimonia quanto male fanno ai polacchi le accuse per crimini non commessi”, mentre “le reazioni in Israele ricordano quanto sia dolorosa la negazione della Shoah”. “Siamo convinti che sarebbe stato meglio se questa legge non fosse stata approvata”, scrivono Nosowski e Krajewski argomentando che la nuova normativa “costituisce una limitazione alla liberta di discussione e dibattito”.
Secondo Pawel Bravo, giornalista del settimanale cattolico “Tygodnik Powszechny”, la legge “suscita preoccupazioni” soprattutto perché “manca di precisione e accuratezza”. “Qualora si volesse vietare per legge l’uso della locuzione ‘campi di sterminio/concentramento polacchi’ bisognava espressamente indicarlo nella normativa che altrimenti potrà dare pretesto a repressioni”, afferma il giornalista convinto che la politica culturale debba essere condotta attraverso un’adeguata educazione e promozione delle idee e non nelle aule dei tribunali. Bravo sottolinea al Sir che dal 2000 la Polonia ha fatto notevoli progressi nel rapportarsi con il suo difficile passato, alcuni dei quali apprezzati anche dalle stesse autorità d’Israele, e spiega che il periodo del regime comunista (1945-1989) è stato caratterizzato da una “manipolazione della storia” a causa della quale l’Olocausto “venne rimosso dalla memoria collettiva mentre furono messi in atto dei tentativi di manipolazione dei ricordi”. La nuova legge, dice Bravo, nasce “da un bisogno di sottolineare la dignità e la fierezza nazionale”. “In Polonia sicuramente ci sono state molte persone che durante la guerra hanno aiutato gli ebrei, e altre che li denunciavano ai nazisti. Ma nel mezzo ci fu la maggioranza inerte degli indifferenti, preoccupati di salvare la propria vita in tempo di guerra”, osserva, aggiungendo che in altri Paesi ci sono delle normative antinegazioniste; ma, a suo parere, solo i casi estremi come quello di David Irving andrebbero perseguiti per legge. La nuova normativa polacca, invece, conclude Pawel Bravo, “acutizza nella società i sentimenti xenofobi e riferendosi anche ai rapporti tra polacchi e ucraini potrebbe sfociare in un’ondata di sciovinismo contro gli stranieri in genere”.
Lo storico Jan Zaryn, cattolico praticante che professionalmente si occupa dell’Olocausto e di tutto il periodo della seconda guerra mondiale, ricorda al Sir che sin dal 1942, dopo che i due principali partiti di ebrei polacchi (Comitato nazionale ebraico e Bund) riconobbero il governo polacco in esilio, l’assistenza agli ebrei perseguitati da nazisti, oltre alla lotta per l’indipendenza dall’occupazione nazista, fosse il principale obiettivo del governo polacco in esilio, delle strutture dello Stato “clandestino” polacco sul territorio nazionale, e dell’Esercito nazionale (Armia Krajowa). “La nuova legge è necessaria – sostiene Zaryn, che ha evidentemente un’altra posizione – per sconfiggere il falso annidatosi nell’opinione pubblica, specie in quella occidentale”. La Polonia aggredita dai nazisti in seguito al Patto Ribbentrop-Molotov (24 agosto 1939), sottolinea Zaryn, “dal 1942 si prefisse come obiettivo strategico di aiutare gli ebrei perseguitati, destinando a tale scopo anche molte risorse finanziarie pervenute sul territorio polacco, attraverso le strutture dello Stato clandestino, anche da ebrei americani”. Zaryn osserva che oggi “molto spesso” le menzogne sui “campi di concentramento polacchi” che nascono “nel sottosuolo dell’ignoranza” vengono utilizzati cinicamente per il raggiungimento degli obiettivi “di tutt’altra natura e di stretta attualità”. Torna infine a sottolineare che è storicamente ingiusto “parlare di campi di concentramento polacchi”, trattandosi di lager nazisti in territorio polacco, come nel caso di Auschwitz-Birkenau e dei numerosi altri lager del nazismo nella Polonia occupata.

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