Natale: mons. Caiazzo (Matera-Irsina), “a che serve difendere i valori cristiani come il presepe se poi Gesù, oggi, non trova posto dove nascere?”

“A che serve difendere i valori cristiani come il presepe se poi Gesù, oggi, non trova posto dove nascere?”. È l’interrogativo posto dall’arcivescovo di Matera-Irsina, mons. Giuseppe Antonio Caiazzo, nell’omelia pronunciata durante la messa nella notte di Natale. “Andando in giro per i tantissimi luoghi di sofferenza, sparsi su tutto il territorio della nostra diocesi, ho colto tanto affetto e amore, grazie ai volontari e professionisti che si prendono cura di case famiglia, strutture di accoglienza, ospedali, carceri, case di recupero per tossicodipendenti”, ha spiegato l’arcivescovo, riconoscendo però che “nonostante tanto amore che circola, quante solitudini, quante lacrime, quanti dimenticati. Molti non hanno più contatto con i loro affetti più cari: si sentono parcheggiati e a volte abbandonati. Non c’è posto per loro!”. “Non c’è posto per chi chiede, ogni giorno, di poter lavorare”, ha proseguito, denunciando che “quante volte, dopo tante umiliazioni, ciò che è un diritto sacrosanto viene loro negato offendendo quella dignità umana che viene calpestata o soffocata”. “Non c’è posto, in questa stupenda e meravigliosa terra di Basilicata, per i giovani che sono costretti ad andare via numerosi rendendola così sempre più povera e sfruttata delle sue risorse naturali. Una terra – ha esortato Caiazzo – da amare, da custodire, da preservare e bonificare dalla tossicità che, purtroppo, soprattutto negli anni passati, è stata oggetto di vandalismo ambientale”. “Che tristezza – ha evidenziato l’arcivescovo – sapere che ogni settimana nel nostro ospedale di Matera ci sono tra i cinque e sette aborti! Che puzza di morte invece che profumo di vita! Anche per loro non c’è posto né a Betlemme né in nessun altro luogo: sono condannati a morire ancor prima di vedere la luce”.
Caiazzo ha poi sottolineato che “Matera, città europea della cultura, vuole, partendo dai Sassi che la fecero definire ‘città della vergogna’, come la grotta di Betlemme, porsi all’attenzione mondiale ricca di quell’umanesimo che l’ha resa protagonista nel saper accogliere ed amare la vita, servendola e custodendola nella sua sacralità. Da sempre avvolta da questa luce, oggi da tutti visitata e ammirata, apre gli scrigni dei suoi tesori dialogando e promuovendo la realizzazione di scambi culturali, dove fede e cultura diventano un binomio indissolubile per la vera promozione umana”.

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