Natale: mons. Benotto (Pisa), “Gesù è il segno che esiste un’unica famiglia per tutti gli uomini, dove nessuno è straniero”

“Carissimi, chi vi scrive è Giuseppe di Nazareth”. Inizia così il messaggio natalizio che mons. Giovanni Paolo Benotto, arcivescovo di Pisa, rivolge alla sua diocesi dalle colonne dell’edizione pisana di Toscana Oggi. Mons. Benotto cede la scena a Giuseppe, che nel raccontare quanto avvenuto la notte di Natale ricorda che “che il figlio di Maria e dell’Altissimo nacque in una stalla perché per noi non c’era posto in alcun alloggio del piccolo villaggio di Betlemme dove andavano a farsi censire i discendenti della stirpe di Davide: nome illustre, unico retaggio per gente povera come noi”. “Ma come? – prosegue Giuseppe (mons. Benotto) – Un discendente di un re famoso come Davide, nasce in una stalla? In mezzo agli animali? Senza nessuna assistenza? Non vi meravigliate: è successo in ogni epoca e continua ad accadere anche oggi! Però, per favore, non fateci l’abitudine! Fare l’abitudine alle cose più brutte è molto facile; anzi, spesso diventa una specie di “giustificazione” condivisa da molti che prende sempre più piede a forza di slogan ripetuti ad oltranza che finiscono per fa apparire “vero” e “normale” ciò che è invece è tragica negazione della dignità della persona umana. Una dignità che ogni persona possiede in quanto tale e che nessuno, ripeto, nessuno, ha il diritto di calpestare o di vilipendere”. Giuseppe, racconta poi di tutte le traversie che ha dovuto affrontare con Maria e assicurando “che il Signore Dio mi è sempre stato vicino e non ha mai mancato di mostrarmi la strada da percorrere e di guidarmi su di essa”. Giuseppe, l’uomo dei sogni, sottolinea che “quei sogni non erano illusioni”: aveva capito che “Dio parla in tanti modi e che sa trovare la strada giusta per parlare al cuore di ciascuno, per rassicurarci nelle nostre indecisioni, per sostenerci nelle nostre fatiche. Mi sono fidato di Dio, così come poi mi sono fidato di Gesù. E non ho sbagliato”. Denuncia tutta la sua amarezza, Giuseppe, nel vedere il presepe “diventare segno da utilizzare contro qualcuno”. “Vi confesso – scrive – che in qualche momento mi era venuto l’impulso di dire a Maria: andiamocene, perché forse, questa, non è aria per noi”. “Ma siamo rimasti – conclude – e rimarremo sempre in mezzo agli umili e ai semplici che amano, perché Gesù è il Figlio amato del Padre celeste che si è fatto carne, il segno più bello e concreto che esiste un’unica famiglia per tutti gli uomini della terra, una famiglia per la quale nessuno è straniero”.

© Riproduzione Riservata

Quotidiano

Quotidiano - Italiano

Chiesa