Rapporto Svimez: le stime e i rischi del Reddito di cittadinanza

A partire dalle risorse del Reddito di cittadinanza, è prioritariamente necessario creare un sistema integrato di servizi per le fasce più deboli della popolazione, attraverso interventi mirati volti a contrastare l’abbandono scolastico, a integrare i servizi socio-sanitari oggi carenti, a rafforzare le politiche attive del lavoro migliorando così la qualità della vita, per fare in modo che sussidi economici temporanei possano diventare parte di un progetto di inclusione più ampio. Lo afferma la Svimez che oggi ha presentato a Roma il suo Rapporto annuale “L’economia e la società nel Mezzogiorno”. In attesa di poter conoscere i dettagli della misura, la Svimez ha effettuato una stima indicativa sull’impatto del Reddito di cittadinanza. Con le risorse attuali, prendendo a riferimento le famiglie con Isee inferiore a 6mila euro e pur tenendo conto che circa il 50% potrebbe avere una casa di proprietà, è possibile erogare un sussidio compreso tra i 255 euro (per un nucleo di un solo componente) e i 712 (per una famiglia con 5 o più componenti) a circa 1,8 milioni di nuclei familiari. Numeri molto lontani da quelli dichiarati a livello politico, che richiederebbero uno stanziamento di 15 miliardi. In ogni caso, la Svimez calcola che il Mezzogiorno assorbirà circa il 63% del Reddito di cittadinanza. Tre i principali limiti rilevati: si tratta di una misura esclusivamente monetaria, neanche mitigata da meccanismi di premialità a chi integra il sussidio con redditi di lavoro, come avviene in altri Paesi. Inoltre – sottolinea ancora la Svimez – l’efficacia di un sussidio monetario in zone in cui sono estremamente deboli le strutture pubbliche che offrono servizi al cittadino, dipenderà dal collegamento tra il beneficio economico e la partecipazione a programmi di attivazione e di accettazione di offerte di lavoro. E ciò, nel Mezzogiorno soprattutto, rischia di non potersi realizzare per le attuali, scarse potenzialità dei Centri per l’impiego. Infine – ed è il terzo nodo critico – solo la effettiva disponibilità di posti di lavoro nelle aree meridionali può consentire di non trasformare questa misura in assistenziale.

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