Migrazioni: de Faria (Act Alliance), “finché continueremo ad etichettare i migranti come illegali indeboliremo le responsabilità dei governi”

(da New York) “Fino a quando continueremo a parlare di migrazioni e non di migranti resteremo imbrigliati nel populismo e finché continueremo ad etichettare i migranti come illegali indeboliremo le responsabilità dei governi e anche il nostro ruolo politico come organizzazioni religiose”. Rudelmar Bueno de Faria, segretario generale di Act Alliance, una coalizione di 146 Chiese e organizzazioni religiose che lavorano in oltre 100 Paesi, intervenendo al quarto Simposio sul ruolo delle organizzazioni religiose sui temi delle migrazioni e dei rifugiati, richiama i rischi insiti nella questione dei migranti e che “potrebbero essere trasferiti anche nel documento Onu sui migranti e in quello sui rifugiati”. Spesso la superficialità delle analisi sull’identità e sui numeri di chi lascia il proprio Paese persevera i pregiudizi poiché “gran parte dei migranti si muove in maniera regolare e talvolta viene incoraggiata dai loro stessi governi per acquisire conoscenze e competenze a vantaggio del Paese” e invece le etichette come il terrorismo prendono il posto delle motivazioni reali e i social media contribuiscono a rendere più fosca la realtà “indebolendo la nostra responsabilità come esponenti di realtà religiose nella difesa dei diritti umani e nell’interpellare i nostri governi sull’assistenza sanitaria che dovrebbero fornire”.
De Faria individua quattro crisi nell’ambito delle migrazioni e delle politiche che se ne occupano. Anzitutto, c’è una crisi di solidarietà, per cui i Paesi del sud del mondo si trovano ad ospitare l’84% dei rifugiati con sorprendenti capacità di accoglienza, basta guardare a Uganda e Giordania; mentre gli Stati Uniti e l’Europa sono preoccupati di difendere i propri privilegi e sostengono di non avere abbastanza risorse per sostenere i numeri dei rifugiati, nonostante la realtà sia totalmente altra. La seconda crisi si focalizza sul multilateralismo per cui si guarda alla realtà delle migrazioni in termini di corporativismo e di difesa degli interessi nazionali, senza tener conto dell’interdipendenza delle scelte dei governi, ma anche delle Chiese, delle fedi e degli stessi migranti: invece, si sviluppano documenti elaborati non supportati da azioni adeguate. E infatti una delle crisi più evidenti è quella dell’impalcatura normativa internazionale e questo non riguarda solo i migranti, ma anche il clima, l’eguaglianza di genere, la protezione dei minori; per cui si assiste alla stesura di leggi e accordi internazionalmente riconosciuti ma di fatto non rispettati perché manca un obbligo a riguardo. Quindi c’è anche il pericolo che il Global Compact on Migration si svuoti di significato. L’ultima crisi riguarda il concetto di eguaglianza, minacciata da interessi economici e personalistici degli stessi governi che generano ineguaglianza proprio per arricchirsi e mantenere interi gruppi di popolazioni in stato di inferiorità e sfruttamento, come accade ad esempio per le donne o la comunità Lgbt. Per de Faria finché si continuerà ad usare la “lingua dell’esclusione, ad accettare certe prospettive politiche e ideologiche non saremo profetici come dovremmo essere. Dobbiamo tornare ai principi dei nostri fondatori, ai principi di Dio per riscoprire come trattare le persone e guardare alla liberazione e all’inclusione di questi nuovi esclusi”.

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