Seminario Fisc: De Carli (Corriere della sera), “per raccontare le povertà occorre mettersi in gioco e superare gli stereotipi”

“Raccontare le povertà a voce alta, con onestà e senza timore è obbligo di una stampa che sia al servizio degli ultimi”: è in sintesi quanto emerso dall’intervento di Vittore De Carli, giornalista del Corriere della Sera, al 26° seminario “Mons. Alfio Inserra” per l’aggiornamento dei giornalisti, organizzato da Fisc e Ucsi e in corso di svolgimento a Nicosia, in Sicilia. “Per raccontare la povertà si deve partire dai dati, che devono essere certi e verificati, e arrivare alle persone. I numeri – ha detto De Carlo – ci fanno riflettere, ma non dicono tutto: ci sono soglie e parametri che non possono ritenersi sempre validi per tutti. Conosciamo la nazionalità di chi riteniamo povero e magari il mestiere che si è inventato per sopravvivere, ma il suo nome o la sua storia?”. Per il giornalista del Corriere, il silenzio della stampa sulla povertà racconta le paure della società. “Siamo allenati alle cattive notizie: la violenza e il male raccontati nei dettagli ci spaventano meno della povertà perché – ha detto De Carli – di fronte ad essa nessuno è certo di avere difesa e tutti sappiamo di poterci cadere. La povertà, insomma, ci fa paura ed è l’unico scandalo che mai ci permetteremmo di esibire”. La povertà “è bandita perché mette in crisi la credibilità del sistema”, “ne parlano quasi solo i giornali del mondo cattolico che dicono la realtà anche quando questa è un nervo scoperto e non si zittiscono davanti ai Ponzio Pilato di oggi o ai dottori dei nuovi templi”, ma questo rivela anche una povertà del mondo giornalistico.
“Anche il giornalismo è ferito: dalla crisi delle vendite, dall’impossibilità di alcuni giornalisti a pagare la quota d’iscrizione all’Ordine, dalla scelta degli editori per gli avventurieri dell’informazione”. Secondo il giornalista milanese “per essere testimoni credibili del racconto di ogni genere di povertà occorre mettere in primo piano gli uomini e le donne con le loro vicende e i loro nomi. Raccontare le povertà – ha concluso – significa accettare di mettersi in gioco, superando gli stereotipi. Farlo ci renderebbe giornalisti migliori e pure uomini migliori”.

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