Giovani e lavoro: Acli, “poca fiducia nel sindacato a conferma del conflitto generazionale”

Oggi qual è il modo migliore per difendere il proprio posto di lavoro? Rivolgersi al sindacato, anche il più organizzato e rappresentativo, ha raccolto consensi veramente molto esigui nella ricerca “‘Il ri(s)catto del presente’. Giovani italiani, expat e seconde generazioni di fronte al lavoro e al cambiamento delle prospettive generazionali”, presentata stamattina dalle Acli a Roma: “Solo un giovane su dieci ritiene che le organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori possano fare qualcosa per difendere il lavoro (11,1%). Il dato anche scomposto per le diverse condizioni di vita degli intervistati si mantiene su livelli bassi, compresi tra il 7,1% degli expat non laureati e il 14,7% degli expat laureati, anche tra i giovani che vivono in Italia la percentuale non supera il 13%. La credibilità delle organizzazioni sindacali nei confronti dei giovani è limitatissima: il dato sembra essere una conferma abbastanza inequivocabile della tesi del conflitto generazionale”.
Per quasi il 40% degli intervistati, “l’attuale funzionamento del mercato del lavoro, rende inutile qualsiasi azione di tutela del lavoro. Spicca su tutto una profonda disillusione, ma i dati “mostrano che tra i giovani all’estero il dato scende di molto, arrivando al 24,2% tra i laureati e al 30,6% tra i non laureati. Anche guardando ai giovani residenti in Italia si nota l’influsso, meno marcato ma ben visibile, delle risorse culturali: i non laureati sono più disillusi, soprattutto se vivono fuori dalla famiglia: in questo particolare sottogruppo ben il 53,6% degli intervistati afferma che oggi non c’è modo di difendere il proprio posto di lavoro”. Facendo riferimento all’opzione dell’auto-organizzazione tra lavoratori, “il 29,3% dei giovani intervistati ritiene l’azione diretta coordinata con quella degli altri lavoratori una strada percorribile”.
Anche in questo caso, “è abbastanza chiaro il ruolo positivo dell’esperienza di vita all’estero e del titolo di studio nel supportare la fiducia nell’auto-organizzazione: tra i laureati che vivono all’estero il dato passa dal 29% al 37%, tra i laureati in residenti in Italia 35% e 33% a seconda che l’intervistato viva o meno per conto proprio”.

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