Caso Regeni: Redaelli, “normalizzazione relazioni” può “favorire il lavoro della nostra magistratura”

“Il dolore e la rabbia della famiglia Regeni per la decisione del governo di far ritornare il nostro ambasciatore al Cairo sono ben comprensibili e umanamente condivisibili”, ma si è trattato di “una scelta attesa e finanche logica: è davvero importante recuperare un rapporto pieno con il più importante Stato della sponda sud del Mediterraneo, soprattutto oggi, con la partita libica sempre più intricata – che vede l’ Egitto giocare un ruolo di primissimo piano – e con l’ evoluzione della gestione del problema migranti”. Ad affermarlo, in un commento su “Avvenire” di oggi è Riccardo Redaelli, secondo il quale “non è assolutamente detto che il pieno ristabilimento delle normali relazioni diplomatiche voglia significare la fine della ricerca della verità da parte italiana. Anzi, proprio la normalizzazione può favorire il lavoro della nostra magistratura”. Ben consapevoli che “più si sale nell’ accertamento delle responsabilità e più diventerà difficile riuscire a trovare riscontri e prove. Prove, addirittura esplosive, che secondo un articolo del ‘New York Times’ i nostri vertici politici avrebbero da tempo, fornite dall’ Amministrazione Obama”.  “È quindi il ritorno del nostro ambasciatore in Egitto semplice ‘realpolitik’? – l’interrogativo posto da Redaelli – Sì, se questo significa accettare una resa vergognosa sul caso Regeni. No, se la nostra magistratura continuerà invece a lavorare, come sta facendo con una (apparente?) crescente collaborazione delle autorità giudiziarie locali”.

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