Messaggio comunicazioni sociali: Fumagalli (Università Cattolica) a Copercom, interroga “tutto il mondo della comunicazione” non solo la stampa

Il Copercom pubblica la riflessione di Armando Fumagalli, ordinario di Semiotica all’Università Cattolica di Milano, sul Messaggio del Papa per la 51ª Giornata delle comunicazioni sociali. Fumagalli evidenzia in particolare tre punti: il primo è che “le ricerche sull’influenza che hanno i media sulla percezione del mondo sono concordi nell’affermare che la quantità di ‘cattive notizie’” portano a “una percezione della realtà fortemente più violenta e pericolosa di quanto essa non sia nei fatti”. Un secondo punto: non “è vero che siano ‘notiziabili’ solo le cattive notizie”: nello sport, ad esempio, “è notizia anche la buona notizia; idem in tutto quel vasto campo del giornalismo che è la cultura, l’economia, la cronaca cittadina, la cronaca sociale…”. La notizia “buona”, spiega Fumagalli, “può essere interessante se non diamo per scontato il percorso con cui si arriva all’esito positivo, se raccontiamo anche gli ostacoli, lo sforzo, l’impegno” per “arrivare al risultato positivo…”. Insomma, “se si sa raccontare bene – se anche il cronista sa raccontare bene –, e se sa cercare le notizie nel modo giusto, ci sarebbero più notizie positive interessanti per i nostri media. E alla fine una rappresentazione del mondo più equilibrata”. Infine, terzo punto, il Messaggio del Papa “viene interpretato come rivolto soprattutto al mondo dell’informazione” ma, sottolinea Fumgalli, occorre “allargare l’orizzonte e pensare anche a tutto il mondo della comunicazione sociale inteso in senso più vasto: intrattenimento, fiction, cinema. Che cosa significa lì, raccontare anche le buone notizie, dare ad esse uno spazio legittimamente maggiore, saper ispirare speranza?”. Anche qui “si aprirebbero campi molto vasti… anche per il nostro cinema, che tende ad essere più un cinema di denuncia che di proposta… E anche per una certa piega, che sulla scia di una tradizione di racconto non italiana” – che “scimmiotta una specifica tradizione televisiva americana cinica e disincantata – sta prendendo la nostra serialità televisiva, in particolare quella che aspira ad essere maggiormente internazionale…”, conclude Fumagalli.

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