Migranti: Moas, “ieri uno dei naufragi più tragici, 33 morti tra cui 7 bambini”

Ieri, 24 maggio, “si è verificato uno dei naufragi più tragici mai registrati. In centinaia ieri sono finiti in acqua durante un salvataggio a causa del sovraffollamento delle imbarcazioni e del mare mosso. 32 corpi senza vita sono stati recuperati dalla nave Phoenix insieme a 604 sopravvissuti, di cui uno è deceduto per annegamento secondario quando si trovava a bordo, nonostante i tentativi disperati del nostro equipaggio per mantenerlo in vita”. È il resoconto dell’Ong Moas (Migrants off shore aid station) che è intervenuta ieri con la sua nave Phoenix, portando aiuti a molti superstiti in condizioni critiche, tra cui una donna al sesto mese di gravidanza che ha perso il figlio durante il naufragio. “In seguito allo spostamento delle persone che si trovavano a bordo di un barcone di legno – raccontano – , seguito alla distribuzione dei giubbotti di salvataggio, un’onda ha colpito l’imbarcazione facendola inclinare pesantemente, e spingendo così in mare circa 400 persone, mentre altre centinaia rimanevano bloccate nella stiva sotto il ponte”. A questo punto la Phoenix ha rilanciato un segnale di Sos alle autorità, mentre veniva recuperate le persone dall’acqua e altri membri dell’equipaggio Moas cercavano di trarre in salvo i sopravvissuti da sottocoperta. Sono intervenute altri mezzi navali, quindi i 604 sopravvissuti sono stati trasferiti a bordo della Phoenix e circa 80 persone sul rimorchiatore Gagliardo. Tre persone in condizioni mediche gravissime sono state trasportate sulla nave Libra della Marina Militare. “Non ci sono parole per descrivere quanto sta avvenendo nel Mediterraneo Centrale. La comunità che fa ricerca e soccorso in mare sta facendo tutto il possibile, ma i leader europei trovino soluzioni alternative se vogliamo diminuire le continue morti in mare”, afferma Christopher Catrambone, fondatore di Moas, ieri sulla nave. Anche la moglie Regina Catrambone, direttrice Moas, chiede ai leader del G7 riuniti a Taormina di “concentrarsi sulle soluzioni umanitarie da attuare invece che su irrealistiche discussioni basate sui controlli alle frontiere”.

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