Giornata comunicazioni sociali: Zavattaro (giornalista) a Copercom, “c’è una buona notizia laica che ci appartiene”

Un altro contributo sulla riflessione promossa dal Copercom per la 51ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Sul Messaggio di Papa Francesco interviene oggi il giornalista Fabio Zavattaro, che pone alcuni interrogativi sulla professione del giornalista. “Speranza e fiducia. Sono le due parole che Francesco sceglie per dire che dobbiamo toglierci di dosso i lacci che ci legano a un tipo di comunicazione fatta di lacrime e di violenza. E l’immagine della macina da mulino e del mugnaio si iscrivono molto bene nel processo elaborativo del comunicare, e nel ruolo del comunicatore”, scrive Zavattaro. “Lo chiamo mestiere, e non professione – precisa -, perché come per l’artigiano che plasma la materia e da un qualcosa di informe produce un oggetto, un lavoro, così comunicare è plasmare, con la mente e con il cuore, un messaggio che arriverà a moltissime persone”. Nella “macina del mulino”, prosegue Zavattaro, “possiamo mettere grano o zizzania. Qui è il punto dolente del nostro mestiere: fino a che punto è giusto insistere su una notizia, ad esempio, di cronaca nera, seguire le vicende di una persona che ha commesso un crimine, raccontare i retroscena di un atto di violenza?”. Certo “non si possono ignorare questi fatti e non solo per quel diritto di cronaca che alimenta la ricerca e riempie le pagine dei nostri giornali, ma soprattutto per il rispetto che si deve alle vittime di questi avvenimenti, alle famiglie lacerate da episodi che, forse, non si potevano nemmeno immaginare”. Ma ci vuole “rispetto per le persone”. La “questione di fondo – spiega Zavattaro – non è cosa comunicare, ma come”. La “buona notizia per definizione non appartiene al nostro lessico, ma è parola che troviamo nella Bibbia, nei Vangeli; ma c’è una buona notizia, come dire, laica, che invece ci appartiene e che si muove attorno a quelle cinque W, cardini del giornalismo anglosassone: chi, cosa, quando, dove, perché. Rispondere a queste cinque domande, entrare in punta di piedi nella storia, evitando inutili aggettivi e falsi moralismi – conclude Zavattaro -, è il primo grande passo per nutrire la buona notizia, e dare speranza e fiducia, come ci chiede Francesco nel Messaggio”.

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