+++ Ong e salvataggi in mare: Catambrone (Moas), “una macchina del fango perché nessuno vuole aiutarli” +++

“Sono polemiche sterili. La verità è solo una: nessuno vuole aiutare queste persone. Questi politici stanno facendo la campagna elettorale sulla morte delle persone. Se ci sono delle evidenze che le tirino fuori. Tutto il resto è fumo, è una macchina del fango”. Regina Catambrone, fondatrice del Moas, la prima missione di salvataggio con navi nel Mediterraneo, replica alle accuse e alle polemiche di questi giorni sulle presunte collusioni con i trafficanti: “Vogliono criminalizzare la solidarietà e spaventare i cittadini – dice in un’intervista al Sir -. Io non mi difenderò perché so che sono pulita. Stanno creando una politica del terrore. Siccome non riescono a fare politiche serie, buttano fango su chi ha portato umanità”. “Ho letto che stanno facendo una indagine conoscitiva – chiarisce – ma ad oggi non ho mai parlato con alcun procuratore”. Catrambone afferma di “non aver mai ricevuto soldi” dal magnate Soros e di ricevere fondi solo “tramite una piattaforma mediatica da tanti privati che vogliono donare”. “Io li odio i trafficanti: sono la feccia della feccia del mondo – precisa -. Mi facciano vedere i bonifici che attestano ch io ho preso soldi dai trafficanti o che i trafficanti fanno le telefonate. Il mio telefono è sotto controllo, lo so, non ho niente da nascondere. Portate le evidenze, i fatti”. La fondatrice del Moas dice di ricevere “tweet di odio, continue minacce, mi augurano la peggiore morte possibile”.

“Che lo dicessero chiaramente e terminassero la frase: la volontà delle nazioni è farli morire in mare – afferma -. Perché l’organizzazione umanitaria lavora a favore dell’umanità. Invece quella è disumanità”. “La classe politica – prosegue – non dovrebbe lavorare contro le organizzazioni umanitarie ma per le riunificazioni familiari, i resettlement e le relocation negli altri Paesi europei, perché le migrazioni non si fermeranno mai, moriranno solamente più persone. E loro vogliono farli morire in mare perché voi non li vediate”. “È necessario aiutare queste persone, in mare, nel loro Paese di origine – conclude -. Servono corridoi umanitari e vie legali che funzionano per non affidarli delle mani dei trafficanti. Perché altrimenti rimarranno in Libia finché non riusciranno ad imbarcarsi. Non può continuare questo genocidio”.

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