Immigrati e salute: don Arice (Cei), “promuovere cultura dell’accoglienza”

“Promuovere la cultura dell’accoglienza” leggendo “la cura non solo in una chiave farmacologia, ma guardando all’intensità delle relazioni educative che una comunità sa costruire”. È l’esortazione di don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, a conclusione del suo intervento su immigrazione e salute, tenuto questo pomeriggio al XXVI congresso nazionale dell’Amci in corso fino a domani ad Ascoli Piceno. “Tra il 1995 e il 1998 è emerso e si è consolidato il diritto all’assistenza per tutti gli stranieri, anche gli irregolari”, osserva, e questo diritto è garantito anche agli europei in condizione di fragilità sociale, tuttavia “deficit di governance” e “incoerenza istituzionale” ne rendono difficile il pieno esercizio. “Con i Lea è garantito il diritto assistenziale per tutti i minori stranieri, anche irregolari e non accompagnati”, ma, precisa, “la mancata previsione di esenzione dal ticket lo renderà vano”. Stesso problema per i richiedenti protezione internazionale. “Non tutte le Regioni seguono quanto stabilito da un Accordo Stato-Regioni del 2012 generando deficit di accesso per immigrati regolari” ed “europei in condizione di fragilità”. Da don Arice l’invito, più in generale, a “promuovere la cultura dell’accoglienza”. Come Chiesa, afferma, “siamo chiamati, nella relazione con il mondo, a saper educare alla costruzione di una cittadinanza quale condizione di cura”. Di qui il richiamo all’esortazione rivolta da Papa Francesco, lo scorso 10 febbraio, durante l’incontro con la Commissione carità e salute della Cei: “La crescente povertà sanitaria tra le fasce più povere della popolazione, dovuta proprio alla difficoltà di accesso alle cure, non lasci nessuno indifferente e si moltiplichino gli sforzi di tutti perché i diritti dei più deboli siano tutelati”.

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