In un altro mondo: Guidetti, “incontrando i migranti sulla rotta balcanica non puoi non indignarti”

“Dai un calcio all’impossibile. Se ci riesci, rimane solo ‘possibile’. Questa parola fa sempre rima con speranza, e la speranza va a braccetto con la forza. In Serbia ho visto queste tre parole rincorrersi tra le strade di Belgrado, andare a sbattere contro i muri ungheresi, perdersi nel bosco oltre di essi”. Inizia così la testimonianza di Irene Guidetti, giovane di Reggio Emilia, che grazie al progetto “In un altro mondo” promosso da Cei e Caritas Italiana, nell’estate del 2016 ha trascorso 30 giorni in Serbia. “Sono sinceramente contenta che Caritas Italiana aiuti a nutrire la speranza di quei migranti che sono bloccati in quelle strade polverose accanto all’autostrada”, spiega Guidetti, secondo cui “quello che succede sotto quei muri, ma anche in tutti i campi profughi della Serbia, sono convinta entrerà nei libri di storia e occuperà altre pagine in bianco e nero, nonostante stiamo vivendo anni digitalmente coloratissimi”. “Se incontri le persone di cui si parla – ammette la giovane – non puoi non indignarti. Finché sarà possibile passare i confini dell’Unione Europea, i migranti sulla rotta balcanica troveranno la forza di continuare a camminare, anche a costo di nutrirsi solo della speranza di ottenere una serenità maggiore di quella appartenente alla vita che si sono già lasciati alle spalle”. “Possibilità, speranza e forza. Se dovessi sintetizzare queste tre parole userei la parola Ayub, che corre ancora, ma oggi lascia le sue orme nelle strade di una capitale dell’Ue”, conclude la giovane, sottolineando che “in fondo, se lo si vuole veramente, tutto è possibile”.

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