Ordo Virginum: mons. Pelvi (Foggia), “se vogliamo crescere nella vita spirituale non possiamo rinunciare a essere missionari”

“Se vogliamo crescere nella vita spirituale non possiamo rinunciare ad essere missionari. L’impegno dell’evangelizzazione arricchisce la mente ed il cuore, ci apre orizzonti spirituali, ci rende più sensibili per riconoscere l’azione dello Spirito, ci fa uscire dai nostri schemi spirituali limitati… Può essere missionario solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri”. Lo ha detto l’arcivescovo di Foggia-Bovino, monsignor Vincenzo Pelvi, che oggi, a Roma, ha tenuto una relazione sul tema “Stupite il mondo con una vita credibile e attraente. L’Evangelii gaudium interpella l’Ordo Virginum”, nell’ambito del seminario nazionale dell’Ordo Virginum. Il presule ha esortato le circa 150 consacrate presenti a “essere presenti con coraggio là dove vi sono differenze e tensioni, e essere segno credibile della presenza dello Spirito che infonde nei cuori la passione perché tutti siano una sola cosa”. L’Ordo, ha aggiunto, “è un percorso, si potrebbe dire un dialogo ‘che fa’, che agisce. E’ il metodo auspicato al Convegno ecclesiale di Firenze. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria ‘fetta’ della torta comune. Dialogare è cercare il bene comune per tutti. E il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà”.

Per mons. Pelvi “è arrivato il momento di sciogliere gli ormeggi, intraprendere nuovi viaggi, costruire ponti, per rendere attuale il Vangelo e irradiarne la luce e la bellezza. Se la vita consacrata vuole riscoprirsi nel suo senso e autenticità deve tornare alle fonti, alle sue radici, alla fonte viva che è Gesù Cristo. La vitalità del carisma dell’Ordo virginum dipende dallo Spirito che lo abita. Metterci in strada, avanzare verso questo rinnovamento interiore e comunitario implica rotture e rinunce a un modo di vivere che abbiamo addomesticato e fatto nostro, senza quasi accorgerci che non stiamo più camminando ma siamo seduti ai bordi delle nostre strade oppure stiamo camminando per sentieri o scorciatoie che allontanano dalla fonte originaria e non orientano più lo sguardo alla meta. È necessario – ha concluso l’arcivescovo – uscire dalle proprie comodità e sicurezze per aprire gli occhi su quei luoghi umani personali e comunitari, sociali ed ecclesiali, fuori dalle nostre comunità o al margine di esse, dove c’è bisogno della luce e della sapienza del Vangelo”.

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