Cittadinanza: Lambruschi (Avvenire), “una legge da fare, non da usare”

“Dopo anni di dibattito e battaglie politiche combattute fuori e dentro le aule parlamentari anche e soprattutto dalle associazioni cattoliche, dopo un voto favorevole alla Camera nell’ormai lontano ottobre 2015, è deprimente vedere che la riforma della cittadinanza è ferma in mezzo al guado tra i due rami del Parlamento”. Così Paolo Lambruschi esprime oggi su “Avvenire” la delusione per il mancato procedere di una legge sulla cittadinanza italiana degli stranieri. Lambruschi denuncia “il tentativo di strumentalizzazione” della legge “in quella che sarà una lunga campagna elettorale”. Le “schermaglie di bassa politica” riescono comunque a negare “ad almeno 800 mila minori, stranieri per la legge, ma che abitano in Italia da anni e frequentano le scuole di ogni ordine e grado, un sacrosanto diritto”. Questi ragazzi si trovano a subire una situazione “ingiusta”, perché oggi “un minore figlio di cittadini stranieri nato o arrivato in Italia per ricongiungimento deve risiedervi ininterrottamente fino al diciottesimo anno per diventarne cittadino”. In queste condizioni “basta una svista per perdere il treno” e, allo stesso tempo, “non è giusto vivere nel limbo fino alla maggiore età a casa tua”.
Anche perché “non stiamo parlando di minori non accompagnati o di emergenze sociali”, bensì “di figli di lavoratori e lavoratrici stranieri con permesso di soggiorno che pagano le tasse almeno quanto i cittadini italiani e che a pieno titolo sono cittadini”. Cosa prevede la legge? Lambruschi spiega che “semplicemente accelera le procedure perché diventa italiano chi è nato qui da genitori in regola da anni oppure ha compiuto un ciclo di studi”. Per questo, sottolinea, “sarebbe utile capire dai nostri parlamentari cosa toglierebbe agli italiani questa nuova legge”. E conclude: “In tempi di populismo becero e di notizie false, occorre un colpo di reni per evitare che centinaia di migliaia di under 18 si trasformino nel capro espiatorio di un Paese invecchiato, incattivito e ripiegato su se stesso”.

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