Rapporto Svimez 2017: il Sud tra il lavoro che manca e il rischio povertà

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Nei primi otto mesi dell’anno sono stati incentivati oltre 90mila rapporti di lavoro grazie alla proroga della decontribuzione per i nuovi assunti nel Mezzogiorno decisa dal governo. La stima è dello Svimez ed è contenuta all’interno del Rapporto 2017 presentato oggi a Roma. Una buona notizia a fronte di un quadro complessivo di perdurante gravità. Nelle regioni meridionali, infatti, gli occupati sono cresciuti dell’1,7% nel 2016, ma mentre le regioni del Centro-Nord hanno recuperato integralmente la perdita di posti di lavoro avvenuta durante la crisi, al Sud mancano all’appello ancora 381mila unità. Il recupero, poi, è quasi tutto concentrato tra gli ultracinquantenni, mentre tra i giovani ci sono 1 milione e 900 mila occupati in meno rispetto al 2008. Lo Svimez parla di un “drammatico dualismo generazionale” e segnala anche un deciso incremento dei lavoratori a bassa retribuzione, conseguenza dell’occupazione di minore qualità e delle riduzioni d’orario non volontarie.
Nettamente negativo anche il saldo migratorio. Lo Svimez calcola, in particolare, che nell’ultimo quindicennio il Sud abbia perso circa 200 mila laureati e prova a stimare, al di là degli evidenti risvolti sociali, il costo finanziario di questa perdita: circa 30 miliardi, trasferiti alle regioni del Centro-Nord e in una piccola parte all’estero.
Resta altissimo il disagio socio-economico: nel 2016 10 meridionali su 100 risultavano in povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro-Nord. Il rischio di povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese. L’introduzione del Rei, il reddito d’inclusione, secondo lo Svimez va nella direzione giusta ma per ora l’impegno finanziario è assolutamente insufficiente.

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