Striscia di Gaza: un’App per donare il sangue. Daher (Oms), “calo del 42% nell’arrivo e distribuzione di farmaci”

Un’applicazione che consente di coordinare i donatori di sangue nella Striscia di Gaza per fare fronte alla carenze di sacche ematiche. È l’iniziativa di un gruppo di studenti di design e marketing raccontata dall’agenzia Middle East Eye e rilanciata dal sito Terrasanta.net. Lo scopo, come in tutte le applicazioni, è quella di far incontrare “domanda” e “offerta”, in questo caso ospedali e donatori. L’app, completamente gratuita, è stata scaricata ad oggi da un centinaio di persone e si chiama Palestinian Blood Bank, vale a dire Banca del sangue palestinese. Ci si registra indicando nome, cognome, indirizzo e gruppo sanguigno. Lo stesso fanno gli ospedali: a Gaza City il team ne ha visitato uno per uno (i 13 ancora funzionanti, oltre ai 54 centri medici aperti) e presentato la app. In poco tempo, la clinica può cercare nel database il gruppo necessario: un messaggio viene inviato ai potenziali donatori nel distretto o città in cui il sangue è richiesto e questi, in pochi secondi, possono accettare cliccando sul tasto “dona”. Il donatore, al momento dell’arrivo in ospedale, è sottoposto ad analisi per verificare la buona salute e dunque la possibilità di utilizzare il suo sangue. Tutto coperto dalla privacy, tengono a precisare i creatori della Palestinian Blood Bank: i dati sensibili sono gestiti solo dagli sviluppatori. Da luglio, da quando cioè l’app è stata lanciata, sarebbero già decine le donazioni effettuate via app.

Un aiuto importante alla disastrata sanità gazawa, come spiega a Terrasanta.net Mahmoud Deeb Daher, capo della missione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a Gaza: “Il settore sanitario è in condizioni difficili da dieci anni, a causa dell’assedio che ha effetti diretti su tutti gli aspetti della vita nella Striscia. Disoccupazione, povertà, restrizione al movimento degli individui, tutto ciò influisce anche sulla sanità e le condizioni di salute della popolazione”. Dai dati forniti dal rappresentante dell’Oms nella Striscia, emerge “un calo del 42% nell’arrivo e distribuzione di farmaci. I macchinari e la strumentazione medica arrivano solo se Israele concede i permessi per farli passare. Così ci sono macchinari essenziali bloccati da mesi fuori Gaza. A ciò si aggiungono i tagli della corrente elettrica: gli ospedali di Gaza ricevono elettricità per 4-6 ore, seguite da 12 ore di blackout. Si devono utilizzare i generatori per far funzionare i macchinari, ma il carburante è molto costoso, visto il deficit di bilancio del governo, e non si trova. Grazie all’intervento dell’Onu ora abbiamo abbastanza carburante per andare avanti per soli due mesi. Dei 54 ospedali funzionanti prima dell’operazione Margine Protettivo del 2014 – aggiunge Daher – ora ne restano 49. La maggior parte è stata ricostruita e le cliniche dell’agenzia Onu per i rifugiati (Unrwa) sono operative. Ma ci sono ospedali chiusi e una struttura fondamentale come il Wafa Hospital (colpito da bombardamenti diretti – ndr) non ha mai riaperto e utilizza temporaneamente altri edifici”. A ciò si deve aggiungere l’isolamento di Gaza che impedisce a giovani studenti di Gaza di andare a studiare fuori. Ogni anno sono circa 24mila le persone che fanno domanda alle autorità israeliane per potersi curare fuori, in Cisgiordania, a Gerusalemme, negli ospedali israeliani, giordani o egiziani. Di questi, in media il 40% non riceve permessi. Parliamo di persone affette da tumori o malattie croniche che richiedono terapie specifiche e sofisticate. Che a Gaza non ci sono”.

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