Bolivia: vescovi contro la riforma che introduce la depenalizzazione dell’aborto e la rieleggibilità del presidente

La diffusione di una “cultura di morte” e la democrazia “in pericolo”. Sono le due denunce che arrivano dalla Conferenza episcopale boliviana, che, attraverso un comunicato della sua segreteria generale, prende una dura posizione su due recenti scelte delle istituzioni boliviane. Per quanto riguarda il primo caso, il comunicato si riferisce all’approvazione da parte della Camera dei deputati dell’articolo 153 del nuovo Codice penale, che stabilisce alcune cause per le quali l’aborto viene depenalizzato. Una scelta che, secondo la Chiesa boliviana, “entra in contraddizione con l’articolo 15 della Costituzione”. Prosegue la nota: “Siamo molto addolorati che i legislatori abbiano disconosciuto le migliaia di firme consegnate all’Assemblea legislativa plurinazionale, insieme a numerose manifestazioni a favore del diritto alla vita. Notiamo con profondo dispiacere che si sta imponendo una nuova forma di colonialismo ideologico, rispetto ai valori culturali e religiosi della maggioranza dei boliviani”. I vescovi sono dispiaciuti anche per le modalità attraverso le quali si è arrivati al voto, senza permettere un dibattito franco e trasparente, forzando i tempi per non avere un emiciclo pieno durante le votazioni. Riguardo a tale articolo la Chiesa boliviana esprime ancora una volta la sua ferma condanna e fa appello “alla responsabilità morale di tutti i boliviani, poiché nessuna legge ci può obbligare a operare contro la nostra coscienza”.
Ma i presuli hanno anche un’altra preoccupazione, che li porta a parlare di “democrazia in pericolo”: si tratta della possibilità che vengano annullati gli articoli della Costituzione che limitano a due i mandati presidenziali, nonostante il popolo lo scorso anno si sia pronunciato per il mantenimento di tale vincolo, che impedirebbe all’attuale presidente Evo Morales di ricandidarsi nel 2019. Il Tribunale costituzionale plurinazionale ha, infatti, ammesso il ricorso di incostituzionalità presentato dalla maggioranza di governo proprio riguardo a tali articoli. Questo fatto, secondo la nota, “rappresenta un grave danno per la democrazia e disconosce la volontà popolare espressa nel referendum del 21 febbraio 2016”, prefigurando una possibile “situazione di stravolgimento dell’ordine costituzionale dalle imprevedibili conseguenze”.

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