Settimana sociale: inaugurata a Cagliari la mostra “Il lavoro che non vogliamo”

Martino, operaio in fabbrica, ucciso da un tumore. Mostafa e Fatima partiti dal Marocco, vittime di ostruzionismo in un’azienda agricola, dopo gli scioperi per il mancato pagamento degli stipendi. E, poi, Simona, 22 anni, che, nonostante la precarietà economica, ha scommesso sul matrimonio. Sono alcune delle storie e dei volti presentati nella mostra dal titolo “Il lavoro che non vogliamo”, curata dallo statistico Mario Mezzanzanica della Fondazione Sussidiarietà e inaugurata oggi pomeriggio, a Cagliari, nell’ambito della 48 ªSettimana sociale. Un percorso espositivo attraverso fotografie, grafici, e testi, ai quali fa da sfondo il tema della denuncia. “Le criticità del lavoro impresse nelle immagini e nei dati della mostra rappresentano alcune delle cause dell’esclusione delle persone dalle reti di produttività e di scambio – ha affermato Flavio Felice, membro del Comitato scientifico -. Da un lato, ledono la dignità umana e, dall’altro, creano occasioni di sfruttamento delle persone e impediscono un autentico sviluppo umano. Il lavoro che non vogliamo è il lavoro servile, sterile, alienante e conflittuale”. Secondo Felice, la denuncia è fondamentale per “erodere le fondamenta della ‘società servile’”. “Dal nostro punto di vista, la denuncia, quando non scade nel lamento, assume i caratteri della ‘situazione problematica’ che attende di essere risolta”. Sono sei le criticità del mondo del lavoro individuate. Rappresentano altrettanti capitoli della mostra: i giovani e il lavoro, il precariato, lavoro e caporalato, il lavoro femminile, lavoro e formazione, lavoro e ambiente. “Le difficoltà maggiori sono vissute da donne e giovani, in particolare al Sud – ha spiegato Mezzanzanica -. Bisogna rilanciare il lavoro dei giovani e puntare sulla formazione per creare condizioni di sviluppo. Si resta disoccupati a 50 anni perché non si è capaci di entrare in una nuova occupazione, perché nelle aziende non si è formati al cambiamento in atto. Questo è da evitare”.

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